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NEL NUOVO DISCO «RENDEZ-VOUS» CANTA ANCHE CON CAETANO VELOSO, BRIAN FERRY E MANU CHAO

Jane Birkin, la «bad girl» duetta con Paolo Conte

Il relativo successo ottenuto lo scorso anno al Sistina non restituisce del tutto le proporzioni dell'interesse nei suoi confronti: oltre duecento concerti l'anno in trenta Paesi. In fondo anche il nuovo disco, «Rendez-vous», in cui duetta con Brian Ferry, Manu Chao, Caetano Veloso, Francoise Hardy e il nostro Paolo Conte, è soltanto un pretesto per affermare la sua vitalità, la voglia di esserci, di rivendicare una creatività che non ha nulla di revivalistico.
A proposito del musicista astigiano la Birkin dice: «Cinque o sei anni fa mi chiese di raccogliere le sue canzoni più belle e cantarle in francese. Io volevo che lui scrivesse qualcosa per me e non se ne fece nulla. Stavolta è andata bene. Non sembra un musicista, ma un avvocato che si diverte con le canzoni nel tempo libero. Piace perché è un personaggio originale, unico...e sexy».
Ma forse Jane Birkin non si libererà mai del suo passato, dell'esser stata un'icona della liberazione sessuale degli anni Sessanta, di aver trasgredito alla grande per anni pagando un tributo tutto sommato trascurabile. A differenza di altre sex-symbol della sua generazione, la sfortunata Nico, musa dei Velvet Underground, o Marianne Faithfull, strettamente legata alle esperienze londinesi, la Birkin è l'unica in grado di poter vantare una vicenda artistica sulla direttrice Londra-Parigi che non ha eguali nello show-business. Londinese purosangue, figlia dell'attrice Judy Campbell e del capitano della Royal Navy David Birkin, a 17 anni incontra e sposa John Barry, il più noto autore di colonne sonore del Regno Unito. Quando nasce Kate, nel 1967, il matrimonio è già archiviato. Michelangelo Antonioni la scrittura per «Blow-up» e quando il film viene presentato al Festival di Cannes è lei l'attrice più fotografata e intervistata. Era ancora una bambina e coi suoi grandi occhi da cerbiatta intenerì tutti. Si presentava con la sua bambina e con l'inseparabile panierino di vimini, aveva un'aria sperduta, timida, spaventata. Eppure era già una star. Stilisti, fotografi, registi noti o emergenti sembravano impazzire per quello sguardo, quel corpo fatto apposta per indossare i mini-pull di Biba, le minigonne di Mary Quant e in generale per esaltare il look della Swinging London.
Per uno di quei casi imprevedibili e implacabili, la bella cerbiattina incontrò il grosso lupo cattivo. Quando arrivò a Parigi non sfuggì a Serge Gainsbourg, compositore maledetto ma talento unico per esaltare la bravura e la bellezza femminile.
Fu subito amore. Nell'estate del 1969 la loro scandalosa «Je t'aime moi non plus» consacrò la coppia dell'anno: due artisti che vivevano ampiamente oltre la soglia della legalità ma che furono amati e rispettati da tutti. Quella canzone Gainsbourg l'aveva scritta due anni prima per Brigitte Bardot, al tempo della loro love-story. L'avevano anche incisa, avrebbe dovuto far parte di un album, ma alla fine l'attrice, ufficialmente ancora sposata con Gunter Sachs, pregò Gainsbourg di non inserirla. La canzone finì negli archivi della Philips e il progetto sembrò naufragare. Quando registrarono «Je t'aime' moi non plus», in piena notte agli studi Barclay, stavano a un metro l'uno dall'altra, ciascuno col suo microfono, tenendosi per mano. Scrive la Bardot nella sua autobiografia: «Mi vergognavo un po' di mimare l'amore che facevo con Serge sospirando il mio desiderio e il mio godimento davanti ai tecnici dello studio. Ma c'era Serge a rassicurarmi con una strizzatina d'occhio, un sorriso, un bacio, stringendomi la mano. Eravamo una cosa buona, bella, pura. Eravamo noi».
Scomparso nel 1991, Serge Gainsbourg aveva dedicato l'anno prima un nuovo album alla donna della sua vita, «Amours des feintes». Fu il suo ultimo disco. La sua produzione ha finito per caratterizzare in modo definitivo la carriera di Jane Birkin, che però ha smesso da anni di interpretare quella celebre canzone dal vi

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