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di ANTONIO ANGELI LA CROISETTE si prepara ad illuminarsi per lo stuolo di divi che la invaderanno: ...

Sarà il «rumore di fondo» del dopo-11 settembre che sgomenta tutti con la paura del futuro o sarà forse il gusto retrò condito di vintage che sprizza dalle passerelle, ma una cosa è certa: in avanti non vuole guardare nessuno.
Chi cerca delle novità nel quarto festival del terzo millennio non ne troverà. In compenso scoprirà una vera miniera di antichità spolverate, rinnovate, restaurate e rimesse in pista. A cominciare dal capotribù della giuria: mister Quentin Tarantino, quarantunenne del Tennessee, famoso per aver ripescato dieci anni fa con un film (Pulp fiction) un attore del calibro di John Travolta che da dieci anni non combinava più niente di nuovo. Tarantino, allievo dichiarato di John Frankenheimer (scomparso due anni fa), ma ammiratore segreto di John Carpenter (vivo e vegeto), offrirà al festival tutta la sua esperienza. Certo si poteva preferire all'allievo (Tarantino) il maestro (Carpenter), ma quest'ultimo non avrebbe portato sulla Croisette la diva più osservata del momento: Uma Thurman (interprete dei due ultimi film di Tarantino: Kill Bill 1 e 2) e le star bionde spumeggianti a Cannes (bella novità) non possono proprio mancare.
Pezzo forte (fuori concorso) della manifestazione, almeno per quel che riguarda le speranze di incassi, sarà «Troy», con il giovane Brad Pitt. Per l'occasione dalla soffitta degli anni Sessanta sono stati riesumati i termini «kolossal», «peplum» e «film storico». È stato rispolverato anche un certo moralismo e il titolo non è stato tradotto in italiano: meglio evitare doppi sensi «kolossal». Per la cronaca il «giovane» Pitt ha 41 anni, come Tarantino. Il buon Brad però è nato nell'Oklahoma e si potrebbe parlare di un'«invasione» americana del festival di Cannes: una novità che va avanti da cinquant'anni.
Tra i film americani c'è qualcosa di nuovo: oltre al cartone animato «Shrek», ovviamente il due, arriva «Ladykillers» dei fratelli Coen. Ethan e Joel, che per la prima volta firmano insieme la regia, portano un film che potrebbe anche sembrare nuovo, ma chi ha qualche capello bianco (oltre ai cinefili) già dal titolo capisce che si tratta del remake del gustoso «La signora omicidi» del 1955. È la storia di un banda di ladri che per mettere a segno un colpo ha bisogno di affittare uno scantinato da un'attempata e sospettosa signora, così i malviventi si fingono una banda musicale. Nel film del '55, raccontato con irresistibile houmor nero, torreggiava l'interpretazione di sir Alec Guinnes. Almeno la sua parte è stata affidata a un interprete di indiscutibile bravura, Tom Hanks, che di sicuro non farà stramazzare al suolo in preda a dolori di pancia quelli che metteranno a confronto l'originale con il remake.
Il cinema americano propone anche un'altra «novità»: «Fahrenheit 9/11», un documentario di Michael Moore (premio Oscar per «Bowling a Columbine») contro il presidente Usa Bush. Che a Moore non va giù Bush ormai lo hanno capito anche i sassi, comunque c'è già chi grida allo scandalo: il film starebbe subendo un boicottaggio perché rivela inquietanti legami tra George W. e (udite udite) Osama Bin Laden. La polemica si annuncia tanto rovente che «Fahrenheit 9/11» potrebbe anche battere gli incassi di «Bowling a Columbine: 120 milioni di dollari.
Qualcosa di vecchio, ma sicuramente interessante e piacevole, ce lo riserva anche la filmografia inglese con un «pezzo» atteso da molti: l'omaggio al grande Peter Sellers. L'indimenticabile ispettore Closeau e poi protagonista di «Hollywood party» e «Oltre il giardino» viene celebrato con «The life and death of Peter Sellers» di Stephen Hopkins che promette di essere una grande panoramica sull'epoca gloriosa del cinema degli anni Sessanta. Sellers è interpretato da Geoffrey Rush, premio Oscar nel '96 per «Shine» e nel film appaiono tante star, compresa Sophia Loren impersonata da Sonia Aquino. Ma la pellicola sembra interessare soprattutto per un altro motivo:

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