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di GIAN LUIGI RONDI IN MY COUNTRY, di John Boorman, con Juliette Binoche, Samuel L.




DIECI anni fa, finita in Sud Africa la vergogna dell'apartheid, vi venne istituita una «Commissione per la verità e la Riconciliazione» di fronte alla quale le vittime o i loro parenti, incontrandosi faccia a faccia con i carnefici di ieri, se potevano constatarne il pentimento, concedevano loro una sorta di perdono definito, secondo le tradizioni africane, «ubuntu».
Alle udienze presenziò molta stampa, locale e straniera. Tra i suoi rappresentanti, il film di oggi — realizzato da John Boorman, un veterano del cinema inglese — un americano di colore, inviato dal Washington Post (Samuel L. Jackson), e una poetessa «afrikaans», inviata da un'emittente Binoche). I due, sulle prime, si scontrano, anche se la donna, nonostante sia bianca, ha sempre preso le parti dei neri, poi, pur entrambi sposati e con prole, non tarderanno a innamorarsi. Dopo però le audizioni della Commissione, esauriti i loro compiti professionali, dovranno alla fine separarsi. Molti temi, anzi, troppi. Desunti da un libro di una scrittrice «afrikaans», Antjie Krog, e sceneggiati da una sudafricana d'America, Ann Poacock. Gli orrori delle persecuzioni razziali, svelati durante i lavori della Commissione, il rapporto prima ispido poi tenero fra i protagonisti, un inatteso coinvolgimento della famiglia di lei nelle pagine più atroci del passato, il suicidio di un suo fratello pentito, uno scontro con il marito informato del suo adulterio...
La regia di Boorman, con l'abituale solito mestiere, ha cercato di reggere le fila di questi intrecci tanto fitti, ma non ha potuto evitare i rischi di un certo patetismo, pur riuscendo, almeno nelle pagine sugli scontri tra vittime e carnefici, con le rievocazioni dei misfatti da cui erano stati preceduti, a dar prova di sentimenti forti; con intenzioni nobili. Seguito con convinzione dagli interpreti, specie i due protagonisti: pur usciti da scuole di recitazione molto distanti.

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