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di ENRICO CAVALLOTTI DA QUESTO primo concerto dei Berliner Philharmoniker guidati da Sir ...

«Beato colui che non si aspetta nulla perché non sarà mai deluso», cosí il 23 settembre dell'anno 1725 scriveva Pope nella Lettera a Fortescue. Noi ci s'aspettava iersera una grande orchestra e un di lei degno direttore: abbiamo avuto la prima, ma non il secondo. Palese è stata la sensazione, anche fra il pubblico bendisposto e amabilmente plaudente alla fine della performance, che i Berliner, dopo aver avuto sul proprio podio bacchette del calibro di Wilhelm Furtwängler, Herbert von Karajan e Claudio Abbado, di cui ancora vibrano splendidi segni carismatici nella memoria comune, con il Rattle siano rapidamente scesi di tono: son scesi da un trono ed ascesi su una cadrega. Càpita, ma non dovrebbe capitare alla compagine berlinese, la quale vanta il merito ed ha l'obbligo di difendere il primato della civiltà orchestrale tedesca: ed europea tutta. A Rattle è mancata nella fattispecie una meditata ed esatta chiave interpretativa e, par consequence, stilistica, della «Sinfonia n. 4 in mi bemolle maggiore» di Anton Bruckner. Ch'è risultata all'ascolto, in luogo d'un organismo unitario, una serie di successioni sonore anonime ed impotenti ad esprimere alcunché. Un'esecuzione glabra che non trasmetteva emozioni nella misura in cui il direttore non sapeva, mai le avesse provate, trasmettere all'Orchestra. A nostro giudizio mancava alla popolare Sinfonia bruckneriana l'afflato ascetico; a questa musica organistica ed ascensionale mancava il manto sonoro, trapunto di mondata voluttà, nel quale l'autore era uso avvilupparsi nei momenti della piú alta e tenera ed umile ispirazione; mancavano il sentimento ambiguo della Decadenza e l'ideale di una sovrumana quiete di là dall'intemperata dilatazione della forma sinfonica, ormai agonizzante nel crepuscolo del secolo decimonono; mancava quella landa vuota, tacita e mistica in cui Bruckner e la sua musica s'annullano: a gloria di Dio. Per contro, da Rattle sentivamo forzature di volume, imbarazzi ed equivoci di significati, sospensioni o cadute di pathos, la sopraffazione del frammento "insensato" sulla consequenzialità dell'eloquio. E ci tornava a mente la «Nona» di Mahler diretta nella stessa Sala di Santa Cecilia al Parco della Musica, pochi giorni addietro, da Claudio Abbado, che pur non disponendo dei mitici Berliner, ma della piú modesta Jugend Orchester, aveva saputo dar vita pienissima, esaltante ed esaustiva di suono a quell'altro capolavoro. Sí che in luogo di qualche sbadiglio registrato ier sera tra gli astanti in platea, s'era scorta una messe di sguardi profondissimamente commossi.
Già, l'Orchestra dei Berliner è una bellissima donna, uno schianto, ma la sua testa è al momento inadeguata al magnifico fisico leopardesco. Pensare che, se diretto a dovere, ogni «Berliner» s'applica al proprio strumento - violino, o timpani o oboe - con lo scrupolo dello scienziato chino alla propria ricerca: ed allora l'Orchestra tutta risulta un gigantesco «proietto» che ti colpisce diretto al cuore: deflagrandovi di musica. S'aggiunga alla nota di cronaca che Rattle deve aver pensato che noi italiani siamo un popolo non soltanto d'ignoranti ma anche di cretini: musicalmente parlando. Altrimenti non si spiega perché egli abbia inteso, nella prima parte del programma, propinarci il poema sinfonico «L'arcolaio d'oro» di Dvorak: un brano affatto smelensito ed offensivo per lo scarso o nullo impegno che richiede agli interpreti e per la totale assenza di contenuti che stoltamente sbandiera. Pezzullo che sarebbe a mala pena tollerato dai piú pazienti e di bocca buona nell'àmbito d'una stagione concertistica in sede, in una giornata storta, non nel corso d'una tournée che ambisca a mettere in mostra virtú e talenti di un'orchestra, e di un direttore. In ogni caso il pubblico non paga decine di euro per ammorbarsi di siffatte porcheriole.

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