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L'attrice è la protagonista di «In my country» di John Boorman

Un film forte, coraggioso, civile, ma anche un thriller che scava a fondo nel cuore nerissimo (mai colore fu più azzeccato) dell'apartheid, il regime razzista del Sudafrica imposto fino al 1995 dalla minoranza bianca (4 milioni) nei confronti della popolazione di colore (30 milioni). Un film diretto da un veterano del cinema indipendente hollywoodiano come John Boorman (per certi versi, sempre più simile a John Huston), interpretato da un cast solido e convinto con nomi che contano come Samuel L. Jackson, Juliette Binoche e Brendan Gleeson, in uscita il 7 maggio in 150 sale.
«In my country» è la storia di Anna, una poetessa bianca (Binoche) che, come corrispondente di una radio americana, segue gli oltre ventimila processi celebrati dal nuovo Sudafrica di Nelson Mandela e Desmond Tutu nei confronti dei bianchi macchiatisi di crimini e torture nei confronti della popolazione di colore. Un percorso in cui l'accompagnerà l'inviato - di colore - del Washington Post (Jackson), e che la porterà con immenso dolore a scoprire che il male si annida persino nella sua famiglia, di pura razza "afrikaan".
40 anni portati come una piuma, un Oscar come attrice protagonista (per «Il paziente inglese», contestatissimo all'epoca perché l'Academy la preferì ad un mostro sacro come Lauren Bacall) che non le ha impedito scelte artistiche anche di puro intrattenimento (una per tutte: «Chocolat»), ed un'incantevole soavità nell'essere se stessa, Juliette Binoche è a Roma per presentare «In my country», un lavoro cui tiene moltissimo «forse perché - ammette - mi porto dentro come europea e come francese il senso di colpa del nostro essere colonialisti, dal momento che io sento l'Algeria come una ferita ancora aperta e dolorosa. È stato proprio questo a spingermi ad accettare il ruolo di Anna - aggiunge la Binoche - una donna che ha un disperato bisogno di verità».
È vero. Mentre il personaggio di Jackson, il nero yankee che arriva in Sudafrica e fatica a capire i rapporti tra le due comunità (memorabili i passaggi della sua intervista al colonnello De Jager, l'ufficiale di polizia a capo dei torturatori bianchi interpretato da Brendan Gleeson), Anna/Juliette è nata lì, «con il fucile a tracolla fin da bambina», già pronta a difendersi da un clima di odio che lei capisce ma non approva e che vorrebbe debellare. «Mi sono preparata a lungo per questo film - sottolinea l'attrice - ed ho cercato di capire perché in un paese civile si può arrivare a certe atrocità. Ho capito anche che è stata la paura a spingere gli "afrikaaners" a difendersi e, dopo, a commettere quegli eccessi. Con questo ruolo - conclude la Binoche, lo sguardo triste - ho provato prima un senso di depressione per aver conosciuto molte storie orribili, che investivano direttamente i sentimenti più indifesi. Quindi, attraverso una presa di coscienza (e di responsabilità), ho capito che spesso il nostro è un razzismo inconscio, che ci proviene dall'essere occidentali ed anche dalla nostra educazione e che un po' tutti ci portiamo dentro. Un fatto che dobbiamo riconoscere proprio per non essere mai più razzisti».

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