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Tanto blues passando per la polka



SCHULTZE è un omone grande e grosso che lavora in una miniera della Sassonia. Mandato in pensione, la sua sola attività, adesso, è suonare in un gruppo musicale del paesino in cui vive. Un giorno, però, sente alla radio dei blues e non riesce più a liberarsene, sconcertando quelli del suo gruppo che, amando solo la polka, non condividono la sua fresca passione per «la musica nera». Tutti comunque gli vogliono bene, così quando si tratta di mandare qualcuno in America per una festa musicale, scelgono lui. Ecco Schultze prima in Texas, poi in Louisiana, proprio alle fonti dei blues. Non parla inglese, ma se la cava, tutti, anche lì, non tardano a volergli bene. Il suo tempo, però, è finito. Con la soddisfazione, postuma, che al suo funerale il gruppo di cui aveva fatto parte prima comincerà con la polka poi, in suo onore, continuerà con i blues...
Un'opera prima. Il suo regista, Michael Schorr, si è ricordato della lezione di oggettività del Giovane Cinema Tedesco e le psicologie le ha fatte scaturire solo dai gesti e dai fatti. Con un piglio asciutto di cronaca (viene dal documentario), mettendo al centro di tutto quel personaggio di pensionato che trova conforto solo nella musica, in cifre però in cui il termine «blues» può anche accostarsi alla malinconia: per una attività che si è conclusa, per una vita che finisce. Accettando anche un po' di ironia, ma lasciando che vi aggiungano ombre degli echi tristi. Nelle campagne sassoni, nei «bayous» della Louisiana. Con un linguaggio sospeso cui dà verità l'interpretazione del protagonista, Horst Krause, una faccia quotidiana che sa fondersi a quelle dei non professionisti che l'attorniano.
G. L. R.

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