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di MARIO BERNARDI GUARDI SONO trascorsi cinquantanove anni dal 25 aprile 1945.


O, vogliamo dire, a costo di fare arricciare il naso a qualcuno, dalla revisione storica? Visto che, come diceva Renzo De Felice, la storia è sempre revisionista. Già, De Felice. Ispirata a una profonda coscienza nazionale, la sua ricerca è esemplare ed esemplarmente ne continua la lezione una rivista come «Nuova Storia Contemporanea», diretta da Francesco Perfetti. Proprio perché credeva in una «storia patria», in una memoria del Novecento senza omissioni né deformazioni né schematismi ideologici, De Felice non faceva sconti a nessuno. Ricostruiva e cercava di capire, e di far capire. Prendiamo il concetto di «zona grigia», così contrastante con la «vulgata» resistenziale di un popolo che si ribella all'oppressore, aiutando in tutti i modi i partigiani contro tedeschi e repubblichini. Bene, De Felice (e l'occasione per rimeditare le sue pagine ci viene dal saggio di Gianni Oliva, «Le tre Italie del 1943», Mondadori, da poco in libreria), scriveva: «All'indomani dell'8 settembre ci fu, tra la maggioranza degli italiani, un atteggiamento di sostanziale estraneità, se non di rifiuto, sia nei confronti della RSI che della Resistenza. Nonostante il distacco dal fascismo, l'ostilità e financo l'odio per il nazista invasore non fecero scattare la scelta alternativa di schierarsi col movimento partigiano. La ragione ultima è che non si trattò di un atteggiamento politico: "primum vivere" fu l'imperativo interiore della gente. Sparire, rinchiudersi nel proprio guscio, non compromettersi con nessuna delle parti in lotta, sperare in una fine rapida della guerra, furono le regole principali, seguite dai più, per tentare di attraversare il dramma in corso col minimo danno e sacrificio» (Renzo De Felice, «Rosso e nero» Baldini & Castoldi, 1995, pp.53-54).
È amaro sentir dire queste cose? Certo che lo è, per la cattiva abitudine all'omissione, alla rimozione e alla storia «ideologizzata»: e non ha torto Gianni Oliva ad estendere provocatoriamente il concetto di «zona grigia» ai 1836 professori universitari che, nell'anno accademico 1931-32, giurarono fedeltà al regime fascista contro i 12 che dissero no e alla stragrande maggioranza degli italiani che, nel 1938, in nome del proprio «particulare», non fecero una piega di fronte all'emanazione delle leggi razziali.
Sarebbe, però, sbagliato, a nostro avviso, credere che pavidità ed attendismo siano caratteristiche italiche. Sono, piuttosto, caratteristiche umane, che tanto più si evidenziano in situazioni «cruciali»: un potere totalitario o autoritario che ti può perseguitare o comunque emarginare; una guerra logorante che ti sfianca il corpo e ti schianta l'anima. Attenzione, ancora: la «zona grigia», che va individuata e studiata con freddezza e, a un tempo, con «pietas», non ha nulla a che fare con i «terzisti». Perché i «terzisti» scelgono. In Italia i «terzisti» morirono in nome del Re a Cefalonia: monarchici, cattolici, liberali combatterono la loro Resistenza. Nettamente «schierati» come lo erano i partigiani rossi e i fascisti delle formazioni di Salò. E c'è da chiedersi quanto della loro testimonianza sia stato ereditato dall'Italia democratica.
Ebbene, raccontare tutte «queste» storie - ma diventano «questa» storia, la «nostra» storia - raccontarle e rifletterci su è un dovere civico.

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