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La sinfonia dei desaparecidos

Il compositore argentino Louis Bacalov propone la sua opera sulla tragedia

Aperta e oscura sospira una ferita: «È stata la più grande tragedia del popolo argentino del XX secolo, oltre 30.000 morti», dice a bassa voce ma senza mezzi termini il compositore Louis Bacalov a proposito delle vittime della dittatura di Videla, dei desaparecidos cui è dedicato il suo «Estaba la madre». È un nuovo lavoro di teatro musicale, che lui stesso definisce «Tango al cubo», e non a caso. Nato in Argentina, autore di numerose colonne sonore tra cui quella del «Postino», per cui ha avuto il premio Oscar per le musiche.
Accanto al cinema Bacalov ha avuto altri interessi musicali: con l'elevazione al cubo del tango già dalla «Misa Tango» del 1999 il maestro sviluppa attraverso questa danza argentina linguaggi attinenti tanto al '900 - amatissimi Bartók e Stravinskij - come al padre della musica Bach, senza negarsi agli aspetti che lo interessano del minimalismo: «Per esempio John Adams».
«Estaba» va in scena in prima esecuzione assoluta al Teatro Nazionale di Roma da giovedì fino al 9 aprile, per la regia di Giorgio Barberio Corsetti e con le voci di Isabella Giorcelli, Gabriella Bosco, Roberto Abbondanza, Giuseppe Altomare e Giovanni Nicodemo. È una commissione dell'Opera di Roma: «partita dal maestro Gelmetti - spiega Bacalov - che come direttore musicale all'Opera mi ha chiesto di scrivere uno Stabat Mater laico. Allora ho proposto "Estaba la madre", un lavoro sul dolore delle madri di Plaza de Mayo, quelle con il fazzoletto bianco. Il testo, cui ho collaborato, è di Carlos Sessano e Sergio Bardottia».
Al centro di un prologo e di un epilogo, in «Estaba la madre» si apre un polittico di quattro storie argentine: «La prima riguarda persone che conosco - continua il compositore - così ho trasformato la protagonista in una madre ebrea, come lo è la mia famiglia per sentirla più vicina». È Sara, dopo di lei Juana, Angela e infine la quarta madre, senza nome, che è l'unica a sapere la fine di sua figlia, una sindacalista, che ritrova senza vita, impiccata: la deposizione del corpo della donna conclude «Estaba la madre» come una deposizione del Cristo. «Nunca mas», mai più, le ultime parole scandite dal coro.
Bacalov spiega: «Credo sia importante dare una testimonianza, un segno della memoria: in questi giorni in Argentina nella Scuola Meccanica dell'Armata, la caserma dove sono avvenute le più atroci torture, è stato inaugurato un museo della memoria dedicato ai desaparecidos. Fare uno spettacolo che non sia nella corrente del disimpegno è importante».
Anche come compositore Bacalov in questa corrente è sempre stato a disagio, fin dagli anni '60 e '70 quando dimostrava disinteresse per le avanguardie allora imperanti. «Ho grande stima per alcuni compositori delle avanguardie radicali, basti pensare a Ligeti, ma mi hanno sempre dato fastidio quei guru che asserivano che la musica vera era solo l'avanguardia e tutto il resto era uno schifo. È un'intolleranza che oggi si ripropone al contrario, quando sento dire che il serialismo ha ucciso la musica mi pare invece che di musica se ne faccia tanta e di tipi molto diversi».
E il tango? «Da ragazzo studiavo pianoforte classico, Ravel, Chopin, Rachmaninov. La sera correvo ad ascoltare le orchestre di tango, come quella di Horacio Salgan definito il nostro Ravel. Quando i miei insegnanti lo seppero mi fecero una scena - ricorda sorridendo Bacalov - A vent'anni ho suonato il piano per un disco di Piazzolla e la sua orchestra. Poi i miei interessi si sono sviluppati anche altrove, eppure il tango mi è rimasto sempre dentro: da anni vorrei fare un'opera su Carlos Gardel, la più grande voce del tango, con una storia profondamente argentina».

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