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di DARIO SALVATORI SIMONA Ventura ammette che è stato un errore scegliere ventidue sconosciuti, ...

Di più. «Mi sono assunta la responsabilità, quest'anno, di fare da apripista, di tirare la volata al nuovo modo di intendere l'evento Sanremo del futuro». Modesta la ragazza. In realtà non c'è nessuna scelta qualitativa da difendere: anche quest'anno la rassegna ha dimostrato di possedere una innegabile forza "sanremizzatrice" a dispetto degli evidenti problemi organizzativi.
Non era mai accaduto a nessuno di mettere in piedi un festival senza il supporto dei discografici. Negli anni passati, nei Sessanta e nei Settanta, c'erano stati problemi di questo tipo ma alla fine a spuntarla erano stati proprio i discografici, qualche volta mettendo in ginocchio tutto l'allestimento. Le rare volte in cui è successo il contrario non si può certo dire che a vincere sia stata la musica. Nel 1965 la Rca, potente multinazionale, oggi Bmg, in disaccordo con l'organizzazione, ritirò all'ultimo momento tutti i suoi artisti (Paul Anka, Neil Sedaka,ecc.) creando non pochi danni.
Stavolta le cose sono andate diversamente. È vero anche che nel frattempo è scomparsa la figura dell'organizzatore esterno, dell'imprenditore-impresario che rischia in proprio. Oggi tutto avviene all'interno della Rai, qualche volta con un producer che si affida ad uno staff di autori (per anni è stato Mario Maffucci), qualche volta con un direttore artistico-presentatore, come nel caso di Pippo Baudo. Quest'anno l'azienda ha puntato tutto sull'accoppiata Tony Renis-Simona Ventura, contando sull'esperienza del primo e il dinamismo di lei. Come sappiamo non tutto è andato per il verso giusto. I famosi amici di Renis si sono sfilati uno ad uno, sia fra i possibili cantanti in gara che fra gli ospiti d'onore. Il direttore artistico ha preferito addossare tutte le responsabilità ai discografici e al pesante boicottaggio che è stato costretto a subire, ma in realtà gran parte delle limitazioni sono state di natura economica, con un budget che via via si è sempre più ristretto. Come se non bastasse la concezione del classico spettacolo all'americana, affannosamente rincorsa da lui, è entrata ben presto in rotta di collisione con lo stile giovanilistico-volgarotto-urlato-reality di lei. Il che non ha beneficiato all'economia della rassegna. Toto Cutugno, Marcella, Bobby Solo, Al Bano e Mino Reitano (che anche stavolta non ha potuto fare a meno di ringraziare direttori, capistruttura dirigenti e amministrativi) possono ben dire di aver salvato la quarta serata e forse tutto il festival di Sanremo. Le credenziali di questa direzione artistica e del presunto rinnovamento si sono sciolte come neve al sole appena la controprogrammazione ha messo in campo i pezzi da novanta.
Nella serata di sovrapposizione con il «Grande fratello» il sorpasso è avvenuto nel momento in cui Mediaset aveva in onda Little Tony e i Ricchi e Poveri e certamente non sono stati i cori fra giovani e veterani a creare affezione nel pubblico a casa, ma soltanto la notorietà dei secondi, anche se «Papaveri e papere» di Adriano Pappalardo e «Vacanze romane» di Mario Venuti hanno offerto qualche minuto di televisione spettacolare. Casomai la preferenza del pubblico è arrivata perché nella lunga serata revival-karaoke i telespettatori si sono immedesimati nel classico clima di «Domenica in» e «Buona domenica», fra sbraco festivo e cori ad oltranza.
Il festival di Sanremo di tendenza e orientato verso i giovani auspicato da Simona Ventura è fallito sul nascere (un insuccesso giovanile deve considerarsi anche il sistema di votazione: tutti gli under 18 intervistati hanno dichiarato di non avere credito nel telefonino) e l'età media del telespettatore sanremese è rimasta di 48 anni, mentre lo stile all'americana di Renis non è mai decollato. L'orientamento "adulto" e il consenso storico lascerebbero presupporre un futuro passatista, magari con un festival da affidare direttamente nelle mani di un Paolo Limiti.

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