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«Dalla Terra alla Luna» di Jules Verne profeta astronomico

per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da' poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi con gli occhi propri; che in quell'età ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non dubito che tu non sappi che io sono né più né meno una persona; tanto che, quando ero più giovane, feci molti figliuoli: sicché non ti meraviglierai di sentirmi parlare. Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io non ti ho fatto mai parola insino adesso, perché le faccende mi hanno tenuto occupata in modo che non mi avanzava tempo di chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa, anzi posso dire che vanno co' loro piedi; io non so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia ad essere con tua molestia».
Così la Terra inizia il suo dialogo con la Luna in una celebre operetta morale leopardiana, in quel «divertimento» astronomico che aveva visto il poeta trarre spunto, come scrive il Solmi, «dai prediletti modelli lucianeschi, e in specie dall'"Icaromenippo", dove, difatti, la Luna parla, lamentandosi delle sciocchezze che gli uomini dicono su di lei».
La luna è madre e figlia di una molteplicità sterminata di simboli, miti, riti, sogni, immagini; e dunque ogni avventura che si rispetti si porta dietro, ancorché non la dichiari, la luna degli innamorati non meno di quella degli astronomi, la luna degli alchemici misteri non meno dell'astro che garantisce agli adepti una «tintarella color latte».
Si inebriava di luna, il malinconico Leopardi in cui qualcuno ha creduto di scorgere i tratti del licantropo; ed ebbro di luna era il Verne che, un secolo e mezzo fa, ansioso di tutto esplorare e non pago di visitare in lungo e largo le contrade terrestri, si incamminava per le vie del firmamento col suo manipolo di eroi.
Ora è noto che Verne era positivisticamente fiducioso nel progresso e nella scienza; e nessuno può negare che, pur in mezzo a tante ottocentesche «ingenuità» (ci sarà freddo sulla luna? Gli avventurosi organizzatori del viaggio si premuniscono con abiti di lana. I lunari avranno un temperamento pacifico o aggressivo? Meglio in ogni caso far buona scorta di fucili), l'occhio di Verne è lungimirante. E non solo nel campo tecnologico, dove lo scrittore ha delle intuizioni sorprendenti circa le future «macchine» umane in un periodo in cui volare significava solo alzarsi in pallone e i sottomarini erano una rappresentazione del geniale «immaginario» leonardesco. Non solo in campo tecnologico, dicevamo, ma anche in un ambito più «profetico»: ad esempio, in questo romanzo, si prevede che a fare le esplorazioni spaziali saranno gli americani e si individua in Florida, presso la cittadina di Tampa, poco lontano dalla odierna base della NASA di Cape Kennedy, il luogo ideale del lancio. Tuttavia Verne non è un ottuso scientista. Se crede alle macchine, ancora di più crede nell'uomo che, sì, le macchine le costruisce, ma prima di tutto deve far funzionare il coraggio, l'energia morale, la tensione conoscitiva. Senza mai rinnegare i sogni, perché è da essi e dall'immenso serbatoio della fantasia che prende le mosse lo slancio avventuroso. E scatta la molla per le sfide «impossibili»: la conversione del cannone, da parte dei membri del Club di Baltimora ad esso intitolato, in un propulsore capace di lanciare una capsula sulla Luna. Senza farle troppo male, per favore.

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