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La carità di Cristo nel cuore del Papa


Questa domanda mi fu, e mi è ancora oggi rivolta da giornalisti, i quali, volendo sapere tutto, cercano di aiutarmi nel rispondere attraverso questa domanda stereotipata. Nelle tante interviste errate e inventate, la risposta apparisce affermativa. Perché? Suppongo per accontentare i lettori offrendo loro una risposta chiara, precisa e conciliante, un riposo tranquillo senza il tormento di una curiosità non soddisfatta.
In realtà la mia risposta fu sempre negativa. Tale risposta non deve però assumere il significato di mancanza di riconoscenza ed è così che io mi sento in dovere di esprimere il mio umile pensiero per quanto concerne l'operato di Pio XII, uomo di alta pietà, nelle pagine che seguono.
La giustizia e la carità sono due virtù, due forze operanti, di carattere eminentemente religioso. Ambedue sono indissolubilmente legate alla religione. Ma come puoi definire il concetto di religione madre di potenza così sublime?
Religione, giustizia e carità sono tre concetti che si completano fra loro, sono i tre punti che determinano il piano su cui si trova un dato sistema religioso. Con il cambiamento del livello di ciascuno di questi tre fattori cambia la posizione di tutto il piano. Posto ciò è facile comprendere a quale importanza potrebbe assurgere uno studio profondo e vasto sui concetti di giustizia e carità nell'insegnamento dei romani pontefici.
Il vicario di Cristo, Pio XII, è un'anima eccelsa e grande. Capo della cristianità, comprende nella sua carità l'umanità intera. Nella I Enciclica Summi Pontificatus egli si rivela grande allorché riferendosi all'imminente festa di Cristo Re esprime l'augurio: «Sia un giorno di grazia per i fedeli, in cui il fuoco, che il Signore è venuto a portare sulla terra, si sviluppi in fiamma sempre più luminosa e pura. Sia un giorno di grazia per i tiepidi, per gli stanchi, gli annoiati, e nel loro cuore, divenuto pusillanime, maturino nuovi frutti di rinnovamento di spirito, e di rinvigorimento d'animo. Sia un giorno di grazia anche per quelli, che non hanno conosciuto Cristo o che l'hanno perduto (...)».
Come dal cuore e dalla croce di Gesù, dalla cattedra di San Pietro partono sino all'alba del regno spirituale di Pio XII dei raggi luminosi che vogliono raggiungere e apportare luce, bene e guarigione a tutti indistintamente. Si direbbe che Pio XII si ispiri alla parola di Isaia: Pace — che è armonia, pace che è salvezza, pace che è pax et bonum (Pace e bene. È motto francescano) — ai vicini e ai lontani; io li voglio guarire. (....)

Ancora la guerra infuria in pieno quando il Santo Padre è già preoccupato, come fin dall'inizio, per la pace. E questa preoccupazione preveggente trova la sua espressione nel messaggio natalizio del 1944 in cui il Pontefice invoca la fine di ogni spirito di vendetta, auspicando che «l'organizzazione della pace, (...) non consacri definitivamente alcuna ingiustizia, non comporti alcuna lesione di alcun diritto a detrimento di alcun popolo (sia che appartenga al gruppo dei vincitori, o dei vinti o dei neutrali), non perpetui alcuna imposizione o gravezza, che può essere permessa soltanto temporaneamente come riparazione di danni di guerra». Il Pontefice si chiedeva se «giudicare e punire non più singoli individui, bensì collettivamente intere comunità» non significava «una violazione delle norme che presiedono a qualsiasi giudizio umano?».
Noi oggi troppo bene sappiamo quanto giuste fossero le preoccupazioni del Pontefice. La vendetta collettiva di fronte agli errori, pur gravi o gravissimi di singoli, rappresenta sempre un ritorno a principi giuridici pre-cristiani, al tempo cioè in cui la giustizia si confondeva con la vendetta da schiatta a schiatta, da gente a gente.

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