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Quella vaga speranza di pacificazione

Gli esuli si calcolano in 350.000 e in circa 17.000 i caduti italiani nelle foibe e nei campi di concentramento di Tito, a cui vanno aggiunti (ma il numero è imprecisato) gli italiani uccisi a Zara tra il 2 novembre 1943 e il 31 ottobre 1944 dai 54 bombardamenti terroristici angloamericani effettuati in appoggio alla pulizia etnica dei partigiani jugoslavi. La devastazione di Zara è documentata dalle 185 fotografie pubblicate pochi anni fa, nel 2000, da Oddone Talpo e Sergio Brcic in un volume edito a cura del Libero Comune di Zara in Esilio. A promuovere le manifestazioni è Alleanza nazionale, che ha ereditato dal Movimento sociale particolari attenzioni per il dramma delle foibe e degli esuli. An ha presentato, con primo firmatario il deputato triestino Roberto Menia, una proposta di legge in discussione domani alla Camera per istituire nella ricorrenza della firma del trattato di pace (10 febbraio 1947) un Giorno del Ricordo per le tragedie sofferte nelle nostre perdute provincie orientali. Da sinistra si suggerisce una data diversa, il 20 marzo, nel ricordo del giorno in cui partì l'ultima nave di profughi italiani da Pola: fuggirono in 60.000, la città vuota fu ripopolata da slavi. Ma è importante che anche i principali esponenti della sinistra, da Luciano Violante a Piero Fassino sino a Fausto Bertinotti, abbiano riconosciuto che nel sottovalutare o addirittura negare quella tragedia il Partito comunista commise un grave errore. Riconoscimento che va accolto con delicatezza, senza incalzare con altre pur possibili contestazioni, se s'intende muovere veramente dei passi verso la difficile unificazione tra tuttora contrapposte storie d'Italia.
In questo quadro una posizione d'avanguardia l'ha assunta la Regione Lazio, dove Francesco Storace, seguendo l'ispirazione patriottica del Presidente Carlo Azeglio Ciampi, ha promosso la Celebrazione dei Valori Nazionali saldando il 9 febbraio, data in cui la tradizione repubblicana festeggia la Repubblica Romana di Mazzini, Garibaldi, Mameli, col 10 febbraio, per ricordare i Martiri delle Foibe e l'esodo, che per circa 15.000 istriani, giuliani e dalmati ebbe il Lazio come luogo di più cordiale accoglienza mentre la Patria in quegli anni non fu molto materna con loro. Su questo capitolo della nostra storia domani al Teatro Valle verrà presentato un documentario struggente del regista Lorenzo Gigliotti, coprodotto dalla Regione e destinato alle scuole. Gli esuli nel Lazio si stabilirono soprattutto a Roma, nel villaggio giuliano-dalmato vicino all'Eur, ma l'ultimo campo di raccolta funzionò a Alatri fino al 1972. Nei pressi dell'Eur la costruzione del Villaggio giuliano-dalmato, dove la generazione dei quarantenni sa ancora parlare in veneto, venne finanziata da Oscar Sinigaglia, imprenditore siderurgico ebreo e grande patriota, che già aveva procurato a d'Annunzio le risorse con cui sostenere l'impesa fiumana. La moglie di Sinigaglia, madrina del Villaggio, era figlia del senatore Teodoro Mayer, anch'egli ebreo, che fu tra i protagonisti dell'irredentismo triestino. Tradizioni patriottiche che si riallacciano, dopo i tanti mostruosi torti da più parti subiti, in una sia pur vaga speranza di pacificazione.

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