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«Marie Victoire» in prima mondiale ha aperto fra gli applausi la stagione dell'Opera

Bella la musica nelle scene corali De Ana e Gelmetti i protagonisti

È un musicista, Ottorino Respighi, la cui valutazione poetica dobbiamo approfondire ed accrescere nell'àmbito del depresso e deprimente panorama musicale del primo Novecento italiano, ove forse soltanto Ferruccio Busoni è con lui degno d'accampare meriti artistici di caratura internazionale.
Respighi non è stato eccelso operista, ma del melodramma ormai in crisi irreversibile un artigiano sapiente che ha colto ispirazione di modi, sostegno linguistico, pertinenza ed eleganza di forme dal proprio raffinato, a tratti prezioso, universo sinfonico. Tale anche la «Marie Victoire» del 1913, per la prima volta al mondo rappresentata iersera all'Opera di Roma, ad inaugurazione della stagione lirica capitolina. E qui preme il plauso di chi scrive alla Fondazione di piazza Gigli per il gravoso impegno di una scelta impopolare - diremo «inattuale» rispetto ai grassi gusti melodrammatici del volgo - però tesa ad arricchire vuoi il patrimonio lirico e la pratica teatrale del nostro Paese vuoi il mondo della cultura che suole nelle terre civilizzate contemplare anche il teatro in musica.
Cimento di vaste dimensioni che richiama il genere del grand-opéra, «Marie Victoire» è un vibrante e denso affresco della società francese e parigina negli anni compresi tra il Terrore di Robespierre e l'irresistibile ascesa al potere di Bonaparte: dal 1793 al 1799: dagli eccessi della rivoluzione borghese e patriottica che travolge anche la nobiltà moderata ed illuminista, al conservatorismo del Direttorio e della classe militare in rapida ascesa. Sulla campitura d'assieme si staglia la vicenda drammatica e sentimentale dei protagonisti. Un matrimonio infranto dal vortice degli accadimenti esterni, il tradimento muliebre donde rampolla un figlio, il ricongiungimento della coppia coronato dal perdono e dall'accettazione maritali dello status quo.
Affastellato ed affatto mediocre il libretto francese tratto dal dramma omonimo di tal Edmond Guiraud, ma non è chi non sappia come nel teatro in musica il testo drammaturgico sia al tutto ininfluente sull'esito artistico dell'opera. Respighi adombra con mano felice il quadro sociale d'un popolo in subbuglio fra súbite esaltazioni ed angosce mentre regredisce a stilemi piú accademici e lisi nella pittura degli affetti e dei comportamenti individuali dei protagonisti. Nel primo caso la sua scrittura s'avvale di procedimenti armonici arditi e novecenteschi cui s'assommano con fascino le lezioni straussiane ed espressionistiche. Nel secondo, la scrittura risente di forti echi pucciniani e veristici appena filtrati, quest'ultimi, da un naturale disposizione e dalla solida dottrina dell'autore alla misura ed alla decenza del segno espressivo. E tuttavia hanno pregio lirico, d'una vaga ascendenza wagneriana, i due duetti tra Marie Victoire e il marito e, dipoi, fra lei e l'amante, intanto che l'ultimo atto cade in uno stanco e risaputo convenzionalismo melodrammatico siglato da un'imbelle lieta fine. Dei cinque quadri il piú bello ed ispirato è il secondo.
Nostra certezza è che la qualità preminente dell'opera respighiana si fondi sulla strumentazione, di gran lunga superiore per virtuosismo timbrico e per artificî di rappresentazione a quelle ad essa contemporanee: alla stessa delle opere di Mascagni, Leoncavallo e Puccini. Del resto il Nostro era allievo di Rimskij-Korsakov, sommo alchimista dell'orchestrazione; Puccini lo era del povero Ponchielli Amilcare.
«Marie Victoire» è risultata chiaramente esaltata dall'allestimento dell'Opera: sia sul piano scenico, per la regía intelligente e fantasiosa di Hugo De Ana, che intreccia l'età della Rivoluzione al primo Novecento, ricorrendo a scene e ad immagini computerizzate d'immediato impatto (solo nell'atto del carcere copulante si rischia una smodatezza barocca); sia sul piano musicale per la direzione passionata e gagliarda di Gianluigi Gelmetti. Signoreggia nel cast vocale la soprano Nelly Miricioiu (nel r

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