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LA PETITE LILI, di Claude Miller, con Nicole Garcia, Bernard Giraudeau, Ludivine Saigner, Robinson Stévenin, ...

Con una rilettura moderna del «Gabbiano» che si conclude con un lieto fine perché quei personaggi non partecipano più, oggi, dei disfacimenti dell'anima russa di fine Ottocento. Almeno così ha deciso Claude Miller che da anni, anche ispirandosi a testi letterari, si è guadagnato uno spazio di tutto rispetto nel cinema francese. I personaggi, appunto, sono gli stessi, solo che, anziché teatro, fanno cinema o vi aspirano. C'è lo scontro tra la madre attrice e il figlio aspirante regista, che qui si chiama Julien, c'è l'amore disperato di questo figlio per Nina, diventata Lili, che lo lascia per andare via con l'amante della madre, già regista affermato, convinta con lui di far carriera nel cinema. E da questo momento Cechov viene messo da parte, perché senza il suicidio di nessuno (a parte uno appena tentato), tutti si ritroveranno qualche anno dopo a Parigi sul set di un film che Julien realizza raccontando, insieme con loro, le vicende patite.
Un solido disegno, agli inizi, della vita di quella famiglia. Personaggi decisi, psicologie costruite con accenti anche fini, mentre i molti scontri non vanno mai sopra le righe, privilegiando persino le ellissi. E spazi attenti per la recitazione (una delle doti più salienti di Miller). La madre è Nicole Garcia, anche con molte durezze, Lili-Nina, con tutti gli egoismi della giovinezza, Ludivine Saigner, Julien, fragile ma anche impetuoso, è Robinson Stévenin, l'amante della madre, con segrete desolazioni, è Gernard Giraudeau. Non dimentico però Jean-Claude Marielle. Il suo personaggio, tra quelli rievocati sul set, lo interpreta Michel Piccoli, un confronto che è uno dei gioielli del film.
G. L. R.

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