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MILANO — La Fontana di Trevi ricostruita in passerella, i tavolini di via Veneto, l'ora dell' aperitivo ...


«Il sogno di tutte le donne straniere è avere un uomo italiano» dicono Domenico Dolce e Stefano Gabbana, spiegando la loro collezione, maschia e molto pensata. Non è un revival degli anni 50-60, la rievocazione della Dolce Vita è più che altro un pretesto per parlare di seduzione e di lusso italiano. Niente di formale, molto di scanzonato ma sempre sartoriale e ricco. Completi gessati in lana-cotone, pantaloni in tessuto da tight, stoffe che ritrovano una certa corposità tipica del jeans, colori un po' smunti, invecchiati. C'è l'abito grigio ribattezzato Martini (genere Clooney fascinoso, proprio quello dello spot "no Martini no party"), c'è il cappottone foderato di lontra, e c'è una serie di maglie di cashmere sottile, stampate con le scritte delle località turistiche o con teneri animali.
Un maschio virile, ma tenero, dunque, quello che si accompagna con le donne-donne: sono cinque le modelle in scena, tutte bionde, tacchi alti e chignon, vagamente Anni 60. Gli accessori per lui e per lei sono di grande lusso: a parte i gioielli Cartier, borsoni in cocco o in anguilla, cinture importanti ma anche semplici sneakers con tanto di bandiera italiana. E per gli ospiti della sfilata, la t-shirt con la scritta «Marcello, come here».
Manager sì, ma con borchie, catene e zip al posto dei bottoni: da Roccobarocco ancora lusso con le pellicce di volpe e tricottate, ma anche guanti con le borchie, giacche con le zip e pantaloni ampli con catenelle sui fianchi.
Costume National, invece, ha puntato sul moderno samurai. Abbigliamento maschile ad alta tensione (anche di erotismo), molto scolpito sul corpo, sottolineato dai dettagli tipici delle arti marziali e del motociclismo, eppure nell'insieme semplice e funzionale, sartoriale e sportivo.
Semplicità e modernità lussuosa anche nelle corde di Jil Sander. C'è un certo spirito da divisa militare, un'aria maschile un po' snob, sottolineata da dettagli come il sottocollo celeste del blazer blu. È una moda rock-giudea quella inventata da Alexander McQueen (gruppo Gucci), lo stilista inglese che qualcuno immagina anche come successore di Tom Ford. Uno stile che ha un'anima rock ma che, stavolta, sembra cucito addosso ai giovani ebrei ortodossi, tutti in nero con sciarpa e codine.
Sullo sfondo di una gigantografia capovolta di Piccadilly Circus, la stilista inglese Vivienne Westwood ha infarcito la sua sfilata di provocazioni: dagli stivali con la zeppa di 10 centimetri, alla calzamaglia da gladiatore, dai pantaloni legati con le stringhe lungo le gambe e sul sedere, alla lampo con cerniera che si allunga a stringa e penzola sull'inguine. Trovate a parte, spunti molto british. Nei completi principe di galles, nei gessati, nelle camicie a righe, quadretti e rombi, maglie strette rinforzate sui gomiti come armature, pannelli sulle ginocchia dei pantaloni.

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