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di LUIGI DELL'AGLIO LA FANTASCIENZA è colpita al cuore, non ha più spunti, ora che Marte ...

No, la fantascienza non perde nulla con le conquiste spaziali. «Più la scienza procede, più si aprono interrogativi e misteri. Perciò c'è sempre più materiale per la science fiction» è la risposta di uno dei maggiori scrittori italiani di fantascienza, Vittorio Catani, firma di primo piano di Urania, la collana mondadoriana da cinquant'anni specializzata in storie con protagonisti o antagonisti extraterrestri.
Catani è stato il primo a vincere il premio Urania, nel 1990, con il suo «Gli universi di Moras». Dopo trent'anni di dominio assoluto degli autori stranieri, Mondadori pubblicava un romanzo di fantascienza di uno scrittore italiano. Ma di Catani, nato a Lecce nel 1940, funzionario di banca oltre che romanziere, il primo racconto di avventure con alieni era uscito nel 1962 su Galaxy, versione italiana di una celebre rivista americana.
Marte, come mito fantascientifico, non rischia di tramontare? Potrà esercitare la stessa attrattiva sul pubblico?
«Già nell'estate del 1969, quando l'uomo scese per la prima volta sulla Luna, alcuni giornali annunciarono la "morte della fantascienza". E subito dopo esplose il successo cinematografico, senza fine, di "2001 Odissea nello spazio". Ora, noi, di Marte continuiamo a sapere molto poco. Ancora non sappiamo se c'è acqua (necessaria per poter stabilire un avanposto lassù); se c'è, o c'è stata, vita; e sotto quale forma (molecole prebiotiche o qualcosa di più?) Comunque film "marziani" sono ancora in circolazione. Nel 2001, quando il primo robottino aveva già spedito da quattro anni una lunga serie di immagini del "pianeta rosso", John Carpenter ha girato "Fantasmi di Marte" e ha avuto successo. Furoreggiava ancora "Mars attacks" di Tim Burton».
Ma lei lo scriverebbe ora un racconto di fantascienza ambientato su Marte?
«In più di uno dei miei racconti, Marte è entrato come scenario. Ora, secondo me, sarebbe molto interessante scrivere una storia in cui i protagonisti scendono nelle grotte marziane e scoprono una civiltà raffinata e molto antica, estintasi milioni di anni fa. Certo non si può più raccontare Marte come veniva descritto in passato; dovremmo attenerci alla realtà che emerge dall'esplorazione del pianeta, non potremmo più mettere in scena i marziani e fare la guerra contro di loro».
Lo vede che qualcosa è cambiato, per gli scrittori di fantascienza?
«Ma si può ancora inventare di tutto. Il cosmo è una miniera di spunti. E possiamo inserirci le prospettive aperte dalle nanotecnologie, dalla bioingegneria, e dalle nuove scienze. La fantascienza non ha mai avuto schemi fissi. Nell'800 erano i marziani a conquistare la Terra, vedi "La guerra dei mondi", scritto nel 1898 da Herbert George Wells; nel '900, invece, si narrava già - soprattutto - di terrestri che vanno a colonizzare Marte come in "Cronache marziane", anno 1950, di Ray Bradbury. Marte è, fra i pianeti, il più "abitabile". Su Giove, per esempio, non potremmo neanche atterrare».
È vero che la science fiction subisce un calo di lettori? A vantaggio di chi? Della divulgazione scientifica o degli ufologi?
«I lettori delle riviste di science fiction calano. Ma la fantascienza riaffiora dovunque, mascherata: in molti libri e racconti che non hanno l'etichetta della fantascienza, nei videogame, nei cartoni animati, nella pubblicità. E comunque è un genere molto ben riconoscibile: non può essere confusa né con la divulgazione scientifica né con l'ufologia. Non vuole indagare su nulla, nè dimostrare alcuna tesi. È creazione fantastica, pura narrativa, riflessione sull'odierno mondo tecnologico. Hanno prodotto storie di fantascienza scrittori come Ennio Flaiano con "Un marziano a Roma", Luce d'Eramo, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi e Primo Levi».

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