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Il Gesù dell'Aracoeli, la Natività del Caravaggio: storie di devozione troncate dai furti d'arte

Alla ricerca dei Bambinelli rapiti

Nel ricordo solo due, sia perché legati - non solo a me ma nel cuore di tanti studiosi e di tandi devoti - da motivi affettivi e di studio, sia perché coprono uno spazio di tempo e di territorio emblematici nel malgoverno dei valori etici e patrimoniali dell'Italia moderna. Mi riferisco al «Gesù Bambino» ligneo trafugato nel 1994 dalla chiesa romana di Santa Maria in Aracoeli e al quadro d'altare con la «Natività coi santi Lorenzo e Francesco» anch'esso trafugato, ma a Palermo, nel '69, dall'Oratorio di San Lorenzo.
Il primo era detto popolarmente «er pupo de Roma» e ricordato in narrazioni folkloristiche e letterarie, nonché nell'acre poesia di Giuseppe Gioachino Belli e nella trasposizione cinematografica di Luigi Magni. Una fede semplice quella per il «pupo di Roma», la stessa che per me era cominciata quando, bambino, accompagnavo mia madre in visita dallo zio, suo fratello, frate francescano presso l'Aracoeli. Mentre loro parlavano rimanevo incantato a guardare la piccola scultura investita dalla calda luce che filtrava dal cupolino della sua cappella: i gioielli ex-voto che la rivestivano le conferivano l'aspetto di un'apparizione miracolosa. Il castone di vetri che la racchiudeva proteggendola era sufficiente a suggerire il valore del tesoro che l'incrostava. Il miracolo si ripeteva ogni anno, da Natale all'Epifania, quando la preziosa scultura-simulacro divino veniva inserita nel «Presepio» fino all'esibizione del 6 gennaio, col suggestivo corredo dei re magi, grandi al vero. Una sacra «rappresentazione» che tramutava la fede un po' ingenua di tutti coloro che si recavano in preghiera in una partecipazione emotivamente indelebile alla realtà dell'evento messianico.
Oggi tutto questo non è più possibile. Quella mano blasfema che aveva già rubato dal corpo del «Bambino» molti dei gioielli - tributo di una religiosità affettuosa e grata - ha in seguito completato il suo operato! Poco importa se gli autori dell'ignobile gesto fossero differenti, il risultato è lo stesso: a una città-madre come Roma è stato strappato e ucciso il suo «pupo». Da emblema della «Natività» il «Bambino» dell'Aracoeli è divenuto quello della miscredenza che ha di nuovo sacrificato il Messia. Uno sfregio che le copie non possono saturare, neanche quella antica e molto ben conservata presso la Parrocchiale di Giulianello (Latina). Tuttavia, proprio da simili versioni (e con l'ausilio delle fotografie dell'originale) è possibile dedurre non solo il danno etico fatto alla Storia e alla Fede (non solo di Roma), ma anche all'arte e alla cultura. Infatti travalicando la pia leggenda di un simulacro di Gesù Bambino scolpito nel Medio Evo da un fraticello col legno di un ulivo del Getsemani, resta l'indagine formale dello storico dell'arte che, esaminando la struttura nelle sue valenze stilistiche in rapporto con analoghe tipologie (anche di marmo) toscane del XIII secolo, non può non riconoscere nel «Bambino» dell'Aracoeli un'importante scultura di Arnolfo di Cambio, databile negli anni tra il 1276 e il 1296 circa, in cui il grande scultore e architetto è attivo a Roma e, fra l'altro, progetta anche la chiesa dell'Aracoeli. Quindi un motivo in più per augurarci il ritrovamento del «pupo di Roma», ma, forse, il diavolo ignora la Storia dell'Arte!
Nondimeno deve averne una cognizione deviata chi a tutt'oggi nasconde l'eccezionale «Natività coi santi Lorenzo e Francesco» che il Caravaggio ha dipinto tra l'agosto e l'ottobre del 1609, a Palermo, per la Confraternita di San Francesco d'Assisi. L'opera era uno dei cardini della cultura visiva siciliana emblematizzandone la ricchezza spirituale e intellettuale in apertura di quel «siglo de oro» che avrebbe visto gli estremi bagliori di un mondo mediterraneo iniziato coi greci e i romani, proseguito con gli arabi e i normanni, fino agli spagnoli. Caravaggio aveva dato un volto alla complessa società palermitana del primo Seicento: dall'aristocratica religiosità del San L

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