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Assalto sul fiume di sangue

Visto oggi il Sangro sembra la caricatura in sedicesimo di quell'ostacolo naturale che sembrò ingabbiare la corsa dell'8ª Armata di Bernard Law Montgomery verso Roma.
Più che un fiume anche allora era un torrente, che però col maltempo diventava un inferno d'acqua. Poteva crescere nel giro di pochissime ore anche di un paio di metri e la sua furia era tale da spazzare via un Ponte Bailey faticosamente costruito dai genieri britannici sotto il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici tedesche. Era il punto scelto dal feldmaresciallo Albert Kesselring per arrestare l'avanzata britannica da est, e sulla sua sponda settentrionale correva il caposaldo orientale della Linea Gustav che tagliava in due l'Italia nel suo punto più stretto, a partire dalla foce del Garigliano. Il 19 novembre i tedeschi avevano completato le fortificazioni e si apprestavano allo scontro. Kesselring si era trovato a dover giocare d'azzardo, sguarnendo il fronte abruzzese per rimpolpare quello a ovest dove la pressione della 5ª Armata americana cercava di infrangerne le difese; aveva quidi messo a presidio la fragile 65ª divisione di fanteria supportata dall'incompleta ma esperta 16ª divisione corazzata, e la combattiva 1ª divisione paracadutisti. Tutte mosse che lo Stato maggiore di Montgomery ben conosceva, essendo stati i messaggi militari crittati da Enigma opportunamente portati in chiaro. Che qualcosa non andasse se n'era accorto anche Kesselring che sbotterà dicendo: «Solo il diavolo sa come fanno gli inglesi a sbucare sempre nei nostri dintorni». L'offensiva in grande stile, che Montgomery aveva preparato al suo solito con la concentrazione delle truppe e delle artiglierie, aveva avuto come preludio una serie di infiltrazioni di esploratori e guastatori sulla sponda nord del Sangro, ma l'attacco inizialmente previsto per il 20 novembre era dovuto slittare. Dal 16 il maltempo non solo aveva impedito alla Raf di fornire il suo significativo apporto, ma aveva trasformato tutta l'area attorno al letto del fiume in una gigantesca risaia dove gli uomini affondavano nel fango fino alle ginocchia e i carri armati erano immobilizzati nei pantani; i ponti costruiti dai genieri erano stati distrutti dalle onde del Sangro.
Nella notte tra il 27 e il 28 novembre una valanga di fuoco si rovescia sulle linee tedesche che sono a meno di un chilometro dalla riva del Sangro. Montgomery è sicuro: «I tedeschi sono nelle condizioni in cui li volevamo. Vibreremo un colpo colossale». E manda avanti a ondate tre divisioni di fanteria (78ª inglese, 8ª indiana, 2ª neozelandese) e una brigata corazzata (la 4ª) con oltre cento carri armati, con un devastante ombrello aereo e di artiglieria. La 65ª divisione tedesca è fatta letteralmente a pezzi, si disunisce, mette in crisi il settore. Per il generale Westphal la crisi è «gravissima»: una rotta in questo settore significherebbe lo sfondamento della Gustav e il rischio che Roma venga presa alle spalle dai britannici. Le teste di ponte alleate si allargano per una decina di chilometri di lunghezza e due di profondità, mentre i paracadutisti difendono tenacemente postazioni e terreno, nonostante siano martellati da una media giornaliera di 400 missioni di bombardieri e di 800 di caccia. Per due volte i tedeschi respingono gli attacchi a Castel di Sangro, punto nodale dell'intero schieramento, e dove necessario trovano la forza di scatenare contrattacchi. Tutti gli uomini validi vengono inviati al fronte, nella prima difesa a oltranza della Campagna d'Italia. Hitler, scongiurata una crisi tale da sconvolgere tutti i piani in Italia, ipotizza una controffensiva in grande stile. Kesselring gli chiede rinforzi che non ci sono. Non se ne fa nulla.
Il 29 novembre il Sangro è alle spalle dei britannici, ma davanti si para un nuovo ostacolo, il fiume Moro, e poi la città fortificata di Ortona. I morti e i feriti sono stati migliaia, come testimonia il cimitero di guerra di

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