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La Repubblica Sociale ultimo rifugio di ideali politici e nazionali sconfitti dalla Storia

Malauguratamente, però, le cose andarono diversamente. Degli orrori nazisti, in quel cupo 1943, ben poco in realtà si sapeva: almeno in Italia, ma forse anche in Germania, nella stragrande maggioranza del popolo tedesco tra gli stessi aderenti al partito di Hitler. La Repubblica di Salò fu il rifugio, la tragica estrema tana di una banda eterogenea di sventurati. Molti, in realtà, erano buoni soldati, severi funzionari, coscienti cittadini i quali, dinanzi alla fuga vergognosa del sovrano e allo sfacelo dello Stato, si aggrapparono all'ultimo straccio tricolore che ancora sembrava star in piedi. Quantomeno, ci si poteva salvare l'onore.
Poi, c'era molta altra gente. Troppa: almeno all'inizio. C'erano vecchi irriducibili fascisti, che non volevano abbandonare il Duce. C'erano profittatori di regime, i quali avevano molte ragioni per temere una giustizia democratica e cercavano fino all'ultimo di non pagare il conto delle loro malefatte. C'erano i vecchi criminali assalitori, bastonatori, torturatori: essi preferivano crepare piuttosto che arrendersi a chi avrebbe chiesto loro conto di azioni ignominiose. Poi c'erano gli sbandati, quelli che non sapevano più da che parte stare. Peggio quelli costretti a constatare che non vi era più una parte dalla quale stare. C'era la voce di Mussolini che parlava dalle radio tedesche; dall'altra parte, c'era il caos, il nulla, il silenzio.
Poi, infine, c'erano loro. Tra le vittime più autentiche di tutta questa terribile tragedia: vittime anche, e forse soprattutto, quando talvolta toccò loro la triste sorte di far da carnefici di qualche fratello. Erano ragazzi, spesso quasi bambini. Tra loro, un adolescente spaurito, l'amico Roberto Vivarelli che ho avuto poi più tardi, come docente di Storia dell'Università di Firenze. C'era un altro mio amico, Carlo Mazzantini. C'erano alcuni miei parenti; altri invece, sarebbero finiti dall'altra parte con i partigiani.
Erano stati Balilla, avevano portato con orgoglio le fiamme bianche degli avanguardisti sul bavero della giacca grigio-verde. Erano cresciuti allevati nella retorica del regime. Spesso erano figli di fascisti; più spesso ancora erano ragazzi del tutto normali, che avrebbero voluto rimorchiare qualche figliola del loro vicinato e andar la domenica, dopo la Messa a comprar le pastarelle e a giocare al biliardo. Ma l'ora era crudele. Molti di loro pensarono che bene o male l'esercito fascista ricostituito avrebbe conferito loro una dignità, una divisa più o meno pulita qualche pasto caldo: oltre tutto, a non presentarsi c'era il rischio di finire al muro, come inclemente recitava il bando contro i disertori firmato dal generale Graziani. Altri però erano più consci di quello che stavano facendo. Davanti allo sfacelo civile e nazionale, si ribellavano con tutta la forza delle loro piccole anime adolescenti pulite. Non volevano vedere il tricolore d'Italia trascinato in basso; volevano dimostrare ai loro camerati tedeschi che c'erano italiani, spesso giovani e poveri, in grado di riprendere disinteressatamente il cammino dell'onore. Nel nome di tutti gli altri. Di quelli che erano caduti, di quelli che erano prigionieri, di quelli che non sarebbero più tornati. Anche di quelli che erano scappati o erano finiti dall'altra parte, coi «traditori». Se vi fu odio in quella scelta, se vi fu errore, spesso l'odio e l'errore nascevano da un amore più grande. Nessuno può permettersi oggi di dimenticarlo.
Così come nessuno può permettersi di far finta di non sapere che il problema ebraico, quel terribile problema che ci pesa ancora sulla coscienza come un macigno, non era allora quasi presente: soprattutto alle menti e ai cuori di quei ragazzi. Gli ebrei, loro, non li avevano nemmeno mai visti. E

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