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di GABRIELE SIMONGINI NEL nostro paese il binomio cultura-impresa e il rapporto fra beni artistici ...


Lo Stato destina infatti ai beni culturali solo lo 0,17% del Pil, somma che, come dice lo stesso Ministro Urbani, andrà arricchita grazie alla collaborazione con imprese e fondazioni bancarie. Ma tutto questo, dicono in molti, Salvatore Settis in testa, non può andare a scapito di quello stesso patrimonio architettonico ed artistico che si dovrebbe tutelare e che invece rischia di essere svenduto sotto le ali della cosiddetta Legge Patrimonio Spa.
È allora interessante andare a vedere che cosa realmente succede nel sistema delle imprese che investono in cultura.
Se ne parlerà approfonditamente nel convegno «Mecenatismo e Imprenditorialità» che si svolgerà domani a Roma, nella sede di Confindustria, nell'ambito della II Settimana della Cultura d'Impresa. La relazione introduttiva sarà tenuta dal Professor Guido Guerzoni, Docente di Economia dei Beni Culturali presso l'Università di Harvard e presso la Bocconi di Milano.
È proprio lui a spiegarci le peculiarità italiane del rapporto fra cultura ed impresa. «In campo culturale - dice Guerzoni - dobbiamo distinguere due tipologie di imprese. Da un lato c'è un potenziamento degli interventi delle Fondazioni bancarie, giunte ad investire quasi 400 milioni di euro l'anno in cultura, con cifre quasi raddoppiate in meno di due anni. Dall'altro c'è una lieve crescita del contributo delle imprese in generale, giunto a circa 200 milioni di euro all'anno. In ogni caso la nostra particolarità sta nella diffusione capillare delle imprese e del patrimonio artistico: si fanno moltissimi interventi sul territorio, anche se magari sono pochi quelli di grande entità. Il problema sta nel fatto che la gente, in termini di visibilità, percepisce soltanto gli interventi più grandi». In proporzione le imprese italiane spendono più per l'arte di quanto non facciano quelle europee.
Però all'estero le imprese si associano fra loro per finanziare solo interventi di grande entità e quindi con notevole visibilità.
Tutto viene progettato con cura e con anticipo. «Il modello italiano - spiega ancora Guerzoni - va bene proprio perchè è in rapporto con la diffusione capillare dei nostri beni artistici. Però dobbiamo imparare a programmare tutto precisamente e a sviluppare nuove figure professionali nel campo della cultura d'impresa. Comunque il mondo delle imprese italiane si sta già orientando verso i progetti migliori».
Bisogna anche dire che spesso le imprese trovano ostacoli e sono scoraggiate dai continui cambiamenti e dalla turbolenza dei provvedimenti legislativi, come sta avvenendo in questa fase, dove molte cose devono essere ancora chiarite. È poco conosciuta l'agevolazione fiscale per chi effettua «erogazioni liberali» a favore di istituzioni culturali e questo incentivo risulta così poco sfruttato. E poi c'è l'equivoco del museo-azienda. «Già all'inizio degli anni Ottanta - spiega Guerzoni - in America si è visto che nessun museo può coprire autonomamente i propri costi. Il museo non può dare profitti come un'azienda. E anche la gestione dei beni culturali non può dare margini di guadagno economico». Eppure le imprese che hanno già investito in cultura percepiscono chiaramente dei vantaggi, in termini di immagine, di migliori rapporti con le comunità locali e con i propri dipendenti. «E' un peccato però - conclude Guerzoni - che lo Stato italiano, in materia di beni culturali, stia dando un'immagine negativa all'estero. Fuori d'Italia si dice a chiare note che svenderemo il nostro patrimonio artistico. Magari non sarà vero ma questa voce sta facendo il giro del mondo e ci nuoce».

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