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Un amore all'ombra del carcere Lui investigatore, lei omicida, perdutamente innamorati ma ottimisti

La vicenda si inserisce nel solco del tradizionale genere «noir», a metà fra il versante francese e quello inglese o gotico. Tutto si svolge in un sospeso clima d'attesa

Questa sintesi esplicativa già di per sé fornisce alcuni dati essenziali per inserire un romanzo di questo tipo fra i classici del noir di altri tempi, forse più contiguo alla cultura francese del genere che non a quella tradizione inglese, sicuramente più gotica, e perciò più complessa e indecifrabile. Tuttavia, a voler cercare per forza delle ascendenze — ma non è poi così necessario — si può dire che si prospetta un incrocio fra le due direzioni del giallo tradizionale, con scarse invadenze, pressoché inesistenti, nei confronti del thriller cui ci ha abituati tanta narrativa, soprattutto americana. Qui, nel romanzo di Swift, non accadono sfracelli, non interferiscono rumorosamente scoppi o esplosioni, tutto o quasi si svolge e si dipana in un sospeso clima di attesa di qualcosa che dovrà necessariamente accadere, e quel giorno sarà luminoso, appunto, e felice.
Siamo a Londra, precisamente nella cittadella del tennis, a Wimbledon, verso la fine del secolo scorso, 1997: al centro dell'attenzione il protagonista George Webb, un investigatore privato allenato in questioni matrimoniali: come fa spesso, sta andando verso il carcere, per l'ennesimo incontro con Sarah Nash, un tempo cliente per via di un marito assassinato, ora a due anni dalla condanna, donna di cui si è innamorato perdutamente, fin dal momento in cui l'ha vista entrare nel suo studio, dopo il rapido annuncio della segretaria: «Puro cashmire quel cappotto nero. Si era truccata il viso, pensai, nel modo automatico e frettoloso delle donne, che non hanno bisogno di pitturarselo come gli indiani quando vanno in guerra». Le varianti del pensiero, per tutto il corso del testo, rasentano l'esilarante, ma il nodo della narrazione si riconosce in un percorso interiore che ha nei gesti, nei comportamenti esterni, semmai la sua chiave di spiegazione, come se il giallo percettivo entrasse nel poliziesco reale, senza reciproco disturbo. Ci vuole classe per equilibrare i due ripiani, e Swift, in onore a quel cognome, ne ha parecchia.
Ecco allora che il romanzo, da quell'avvio citato così scarno ed essenziale, prende quota lungo i crinali di una paziente ricostruzione dei minimi particolari dell'inchiesta, ma al contempo del fiorire e del crescere di un amore che non tarda a divenire passione qua e là tumultuosa. Lui, George, è un ex poliziotto, accusato di corruzione ed espulso dai ranghi, deluso dal proprio fallimento e tormentato da un'accusa che non ritiene né giusta né vera. E allora dirotta sul pedinamento e sulle foto rubate a qualche marito infedele. Ma non disdegna la cucina, un classico dei detective di ogni tempo e luogo. Vede cambiare repentinamente la sua vita quando l'affascinante Sarah si presenta da lui, nell'abbigliamento poco prima descritto, egli chiede di seguire il marito e la sua amante, una giovane profuga croata. Vuol sapere se finalmente quest'ultima è partita dall'aeroporto londinese di Heathrow e può finalmente stare tranquilla. Le successive azioni narrative paiono obbedire fedelmente ai fotogrammi della letteratura «noir» degli anni Trenta, con la triade di ingredienti sempre presenti: l'investigatore, la femme fatale in nero, ovviamente, una nuvola di mistero che avvolge cose e persone. E invece l'obiettivo va subito a situarsi all'interno dell'intreccio sentimentale fra i due, per cui ogni reperto esterno che riguarda il delitto sfuma in secondo piano, e alla ribalta rimane la sfida dei sentimenti, il duello d'amore, senza tuttavia che le interferenze investigative non giochino il ruolo che loro compete: due esuli, insomma, che combattono due battaglie molto dure, una al proscenio del mondo, l'altra, più sottile e altrettanto tenace, nella psiche colpita inesorabilmente dagli slanci d'

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