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Monsignor Fisichella interviene nel dibattito su fede e pensiero avviato da Antiseri

Io, credente, difendo la ragione

Vado volentieri su questo terreno che verifica la contingenza, ma non mi posso fermare a fare, della ragione, una ragione debole per fortificare la fede. Se così fosse, la fede sarebbe sempre sottoposta a una determinazione della ragione e questo, in ogni caso, la limiterebbe e relegherebbe in un ruolo secondario. Certo, forse si potrebbe avere una fede forte (cosa di cui dubito), ma sarebbe sempre in posizione marginale, perché la ragione debole avrebbe sempre la palla dalla sua parte e, come se non bastasse, avrebbe sempre l'ultimo giudizio veritativo su di sé, sul mondo e, forse, sulla stessa fede. Preferisco seguire Fides et ratio là dove affronta la nostra questione: «... sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l'una di fronte all'altra. La ragione, privata dell'apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l'esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e la radicalità dell'essere». Per paradossale che possa sembrare, proprio quando la ragione diventa debole, è la fede che le chiede di rafforzarsi e di uscire dall'isolamento per ricercare con passione la verità.
Alla fine di queste considerazioni mi rendo conto che anche Antiseri, da parte sua, è un apologeta. Giustino e Tertulliano, Tommaso e Bonaventura, Hermes e Bautain... sullo sfondo c'è sempre il problema circa l'uso della ragione nel suo rapporto con la fede! Tutti, in effetti, vogliono difendere la fede, ma non sempre l'equilibrio ha la meglio
La ragione, pertanto, non può fondare la fede né un sistema filosofico darne certezza. La ragione è una via che se ben seguita conduce inevitabilmente alla fede.
D'altronde la domanda di senso — sulla quale non abbiamo potuto soffermarci a dovere come avremmo dovuto — richiede che alla fine si fondi l'esistenza su qualcosa di certo e non sul contingente. Alla «grande domanda» che la vita pone non si può sfuggire; una risposta, presto o tardi, deve essere data. Giovanni Paolo II lo ha ricordato in Fides et ratio: «A questi interrogativi nessuno può sfuggire; né il filosofo né l'uomo comune. Dalla risposta ad essi data dipende una tappa decisiva della ricerca: se sia possibile o meno raggiungere una verità universale e assoluta. Di per sè, ogni verità anche parziale, se è realmente verità, si presenta come universale. Ciò che è vero, deve essere vero per tutti e per sempre. Oltre a questa universalità, tuttavia, l'uomo cerca un assoluto che sia capace di dare risposta e senso a tutta la sua ricerca: qualcosa di ultimo, che si ponga come fondamento di ogni cosa. In altre parole, egli cerca una spiegazione definitiva, un valore supremo, oltre il quale non vi siano né vi possano essere interrogativi o rimandi ulteriori. Le ipotesi possono affascinare, ma non soddisfano».

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