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JFK, il mito la maledizione e il mistero

Un po' figura alla «Grande Gatsby», un po' personaggio da tragedia di Euripide. Lo ricorderemo, noialtri affascinati dalla sua presenza e dalla sua memoria, accanto ad altri miti americani, a John Armstrong, a Marlon Brando, a Marilyn Monroe. Già, anche accanto a Marilyn: ben sapendo che, nell'accomunare questi due personaggi, il mito, la storia e la tragedia sfiorano il buio del mistero.
Le ferite della guerra andavano rimarginandosi, quaggiù nella vecchia Europa, allorché nel '60 il poco più che quarantenne senatore JFK, ciuffo al vento e sorriso disarmante, da eterno ragazzo stupito del mondo, saliva al trono della più dinastica tra le grandi repubbliche democratiche del mondo. La dinastia era una delle chiavi del suo successo ed è uno dei nuclei della tragedia non solo sua, ma di tutta la sua famiglia.
John F. Kennedy aveva solo trentacinque anni quando era stato eletto senatore, nel '52. Laureato ad Harvard, ufficiale di marina ferito e decorato, aderente «da sempre» a quel partito democratico che tradizionalmente, negli States settentrionale, raccoglie le simpatie degli americani d'origine irlandese (come anche di quelli d'origine italiana) e di fede cattolica, era un fautore convinto del welfare state e un nemico della politica di «guerra fredda» avviata dal presidente Truman.
La sua vittoria elettorale nel '60, mentre ormai l'Occidente veniva investito dal boom economico e da una ventata di ottimismo e di pacifismo, parve davvero aprire un'era nuova. Gli furono compagni di strada, in questa nuova mitologia che prese rapidamente piede e divenne materia di un nuovo folklore, il sovietico Krushev e papa Giovanni XXIII. Sembrò veramente che la "guerra fredda" si stesse trasformendo in una corsa al benessere, alla libertà, alla felicità. Lo stesso rinnovamente della Chiesa cattolica, attraverso il Vaticano II, molto almeno indirettamente dovette a quel quasi-ragazzo ch'era il primo cattolico a insediarsi nella Casa Bianca di Washington.
Per l'America e per tutto il mondo, Kennedy fu l'uomo della «nuova frontiera»: un cammino verso la pace e la felicità. Ma non erano tutte rose. Il Congresso lo avversava e faceva fallire l'una dopo l'altra le sue ricette innovative in materia di riforme sociali e fiscali; nel sud, dominato dai suoi compagni di partito, i democratici, JFK dovette tra '61 e '62 inviare le truppe federali per imporre il rispetto dei diritti civili. Molti non gli avrebbero mai perdonato questo suo atteggiamento nei confronti dei neri, che molti bianchi giudicarono egalitario sì, ma anche liberticida: come si può imporre l'Uguaglianza, nel paese della Libertà, fingendo d'ignorare che questi due sacrosanti valori, che di solito s'invocano uniti, sono in realtà divergenti e alternativi tra loro? Il Congresso impallinò anche i suoi generosi progetti di riforma generale dei diritti civili.
S'impegnò nei confronti dell'America latina, col suo progetto «Alleanza per il Progresso». Ma anche lì si scontrò con la tradizionale politica statunitense, che teneva duro sul mantenimento dell'egemonia nei confronti dell'intero continente americano senza però voler spender troppo in termini di aiuti economici né esporsi in termini di scelte politiche innovatrici. E sullo scoglio di Cuba, rispetto alla quale egli appoggiò - con leggerezza - un progetto d'aggressione già messo a punto durante la presidenza Eisenhower, s'infranse la sua immagine di difensore della pace. La sua politica di distensione non dette i frutti auspicati: la crisi di Berlino con la costruzione del celebre «muro» e quella di Cuba, con il blocco navale all'isola, ricondussero rapidamente ai tempi peggiori della «guerra fredda» e parve quasi che si stesse sfiorando il terzo conflitto mondiale. Entrambe le parti fecero rapidamente macchina indietro, e si giunse nel luglio del '63 alla messa al bando degli esperimenti nucleari: una

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