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Nel placido commissariato svedese gli agenti ne fanno di cotte e di crude




JOSEF Fares è un libanese trapiantato in Svezia con la sua numerosa famiglia. Dedito a un cinema di evasione, ci aveva abbastanza interessato con «Jalla! Jalla!», in cui aveva messo in evidenza, con una certa malizia, le differenze di vita e di tradizioni fra libanesi e svedesi. Oggi, rinunciando alla sociologia, opta per una commedia portata, in più momenti, fino alla farsa.
Comincia in una cittadina svedese di campagna. Il commissariato locale è gestito da quattro poliziotti dediti solo alla bella vita perché lì sono anni che non si verificano delitti. Due, un poliziotto grasso e una poliziotta attempata, si sono sposati e vivono come due bravi borghesi, uno, piuttosto strambo, passa il suo tempo a insegnare al suo cagnolino a fare il... coniglio, il quarto, Jacob, sogna grandi imprese e folli sparatorie, ma solo quando dorme.
Come un fulmine a ciel sereno, però, arriva da Stoccolma una bella ispettrice di polizia per comunicare che, vista l'assenza di crimini nella cittadina, quel commissariato chiuderà. Subito la soluzione, organizzata spesso maldestramente dai quattro: inventarsi una serie di fatti di cronaca nera che finiranno per giustificare la loro presenza lì. Con gli equivoci e le complicazioni che immancabilmente seguiranno.
Pur concluse, da un lieto fine che lascerà spazio perfino a un risvolto sentimentale. Forse non convince — troppo facile, scarsamente motivato rispetto ai giochi farseschi che lo hanno preceduto —, questi giochi, però, riescono abbastanza a divertire, portati avanti non solo da colorati risvolti narrativi ma da quei quattro personaggi disegnati ognuno con buffa vitalità: per provocare allegria. Mentre la regia, in una limpida e verde cornice rurale svedese, si sbizzarrisce a immaginarsi, sulla scia delle bugie dei quattro, le avventure più spassose. Il protagonista, come già nell'altro film, è Fares Fares, fratello baffuto del regista.

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