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E Paolina Borghese pretese che la ritraesse sensuale come Venere

LO SCULTORE E LE DONNE

Il Bernini fu il suo grande ispiratore, e forse il Canova lo superò in dolcezza nel richiamarsi ai modelli delle sculture greche classiche. Egli fu altresì un novello Prassitele italiano come potremo nuovamente ammirarlo nelle grandi mostre di Possagno e di Bassano del Grappa. In esse sono raccolti anche documenti storici dell'artista o a lui inerenti come ben millecinquecento lettere che lo tenevano in rapporto con l'Europa. In uno scritto a Cesarotti rivelava di «lavorare tutto il giorno come una bestia». In quelle lettere toccava i più disparati temi — familiari, professionali, amicali — per cui esse hanno un grande valore di testimonianza dell'intera vita dell'artista. Se ne lamentava: «Ho tanto odio allo scrivere, e devo scrivere molto». Napoleone — e gran parte della sua famiglia, con un particolare feeling per Paolina — fu uno dei suoi più celebri modelli. Lo scultore lavorò a una sua statua per esaltarlo come un Marte pacificatore, tutto nudo e gigantesco, alto tre metri e mezzo. «Bene per l'altezza» diceva Napoleone «ma nudo no. Dovete rivestirmi». Discutevano spesso fra loro. Un giorno Napoleone si vantava con lo scultore per la magnificenza e il gran numero di alberi che ornavano Parigi, al che Canova rispose di botto: «A Roma piantiamo obelischi».
Canova intendeva ritrarre Paolina nelle sembianze di una Diana, ma lei prontamente, che aveva ben altre ambizioni, replicava: «Signor Antonio, via! Volete rappresentarmi come il simbolo della castità! Non sono piuttosto simile, dentro e fuori, alla dea dell'Amore, a Venere?». Arrivando a Roma si era confrontata senza sfigurare con le Veneri raccolte nella galleria dei Borghese e intendeva ora mettersi a diretto confronto con loro, come per una sfida.
All'escalamazione della principessa lo scultore annuì. Probabilmente, anche senza il suggerimento della dama, Canova sarebbe arrivato da solo alla medesima scelta. Già aveva ritratto Bonaparte come una divinità, e così facendo si era quanto mai posto nel solco degli artisti antichi i quali avevano sempre raffigurato in sembianze divine i Cesari e i grandi dominatori di popoli. Ma quale Venere privilegiare fra i grandi modelli del passato? Questo, il problema. Venere Genitrice, Felice o Vincitrice? Il primo appellativo era da escludere subito perché poteva suonare somma ironia nei confronti del principe committente — Camillo Borghese — che non sapeva dare un figlio alla moglie. Anche alla seconda denominazione si opponeva qualche considerazione: Paolina, nonostante la venustà, le ricchezze, la potenza, la libertà sessuale di cui godeva, era davvero una donna felice? Ed eccoci alla Venere Vincitrice, su cui cadde la scelta.
Quando la principessa si recò nello studio di Canova — nel vicolo di San Giacomo — era bellissima, ma stanca. Si diceva molto ammalata. Da ciò nacque nello scultore l'ispirazione a ritrarla nella ormai celebre posa, adagiata seminuda su un letto antico. Non sarebbe di buon gusto supporre che la Venere moderna si riposi dalle fatiche d'amore su quei cuscini infiocchettati, e difatti Canova, seguendo il mito, depone nella mano sinistra della dea il pomo della contesa da lei ottenuto da Paride come premio della vittoria nella scelta tra Giunone (il Potere), Minerva (la Scienza) e Venere (l'Amore).
Ma l'ambiguità della positura è l'aspetto più rilevante dell'opera che interpreta e trasmette ai posteri l'intensa sensualità e la voluttà di Paolina. Nel mostrare il proprio corpo perfetto la principessa prova un sottile piacere esibizionistico. È stata sempre percorsa da questo gusto acuto e misterioso. Canova le aveva coperto i seni bianchi e sodi con uno strato di cera che, essendo umida e gelida, diede a Paolina un brivido nuovo: lì sentì stretti e soffocati da quella creta che le parve come la mano di un dolce mostro.

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