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«Il peccato di chi vuole apparire più grande di quello che è»

Per divertirsi, dicono i sondaggi. «Ma sotto c'è molto di più: chi compra un falso, sapendolo, sperimenta fino in fondo la voluttà dell'inganno, una delle sensazioni più raffinate, che tocca una corda sensibilissima dell'animo umano» spiega Franco Ferrarotti, un grande nome della sociologia italiana. E aggiunge: «L'acquirente del falso prova un profondo piacere, che - come gran parte dei piaceri illeciti - è straordinariamente eccitante».
Sarà difficile combattere il falso, se è così intrigante.
«Intendiamoci: la gente pensa anche di conseguire un buon affare. Paradossalmente, il prodotto contraffatto può risultare addirittura migliore di quello autentico. La copia può essere superiore all'originale. Anche nella qualità, per non parlare del prezzo. Ma c'è un aspetto psicologico, molto sottile, che non è stato ancora studiato. Chi compra il falso si pavoneggia, sfoggia la borsa con la griffe contraffatta o il portafoglio di valore (senza valore) perché questi prodotti gli conferiscono un alto grado di rispettabilità sociale. Indicano in lui una persona che può spendere, può concedersi uno sperpero vistoso, un consumo puramente onorifico, non essenziale. Dunque acquista patacche come altrettante medaglie da appuntarsi al petto: testimoniano l'appartenenza a un'élite. Ti rappresentano come uno che può permettersi i lussi che vuole. E' la motivazione che spiega il perché della luccicante Cadillac di fronte alla stamberga del povero nero di Harlem».
In questo caso c'è anche una componente di rivincita sociale.
«Nella moda del falso prevale invece soprattutto l'atteggiamento dandy, lo snobismo di chi vuole comportarsi in maniera più ricercata dei ricchi e degli aristocratici. Se io vedo una persona con un orologio di gran marca, posso pensare che sia un parvenu ma anche uno che ha alle spalle chissà quali antiche ricchezze. Sta qui tutto il gioco allettante dell'inganno».
Tanti scoprono il gioco: ho comprato questo Rolex, è falso. Come dire: io posso permettermi anche un prodotto «taroccato».
«Infatti, spesso il falso si racconta, si sbandiera. Io compro un falso e lo dico. Sotto c'è una doppia esibizione di sé, piena di significati, di sfaccettature. (Tacciono di certo quegli infelici che comprano il falso senza saperlo, e se ne accorgono dopo. Sono un'infima minoranza). Ma la questione è più complessa. E anche più seria. In concreto, la psicologia del falso nasce dalla sfera dei valori del nostro tempo. Le persone non si conoscono più per quello che sono (nella metropoli è impossibile) ma per quello che appaiono. Siamo in una "società di simulacri". Non potendo giudicare a fondo la vita di ognuno, ci regoliamo in base all'apparenza».
E allora il falso diventa una necessità insopprimibile?
«Contraffare la marca è un reato che viola la concorrenza. Ma se debbo apparire più di quello che sono, debbo ricorrere al falso. L'abito fa il monaco e il falso fa il vero».
Non c'è speranza?
«Anche la cultura mediterranea ci fa alfieri e vittime della cosiddetta "bella figura". Ma così si finisce per apparire invece di essere. Si diventa quello che i tedeschi chiamano luftmensch, uomo d'aria».
Un rimedio?
«Andare in giro con il falso ma anche con un cartello che spieghi l'inganno commerciale che c'è dietro, e le gravi conseguenze economiche e sociali che comporta».

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