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di MARIO BERNARDI GUARDI DI padre italiano e di madre uruguaiana, Federico Guiglia affronta ...

In una prospettiva che ci piace definire di «patriottismo occidentale»: nel senso che Guiglia, giornalista «d'assalto», ma propositivo, costruttivo e nemico di ogni ambiguità, nulla concede ai vezzi terzomondisti e terzaforzisti. La sua scelta è netta: con l'Occidente, appunto, e con i suoi valori. È chiaro che, muovendosi in questo ordine di idee, il suo anticastrismo è privo di ombre. E quando adoperiamo questo termine vogliamo intendere quel misto di vaga, indefinita simpatia e melensa, buonistica tolleranza che una parte dell'opinione pubblica occidentale (non necessariamente egemonizzata dalla cultura «radicalchic»), mostra nei confronti del barbuto dittatore. Un comunista, sì, ma "a modo suo"; un tiranno, sì, però a Cuba ha fatto anche tante cose buone; uno che ammazza gli oppositori e riempie le carceri di intellettuali, sì, ma, cosa volete, dovendo fare il Davide contro il Golia-USA, adopera la repressione per impedire che il suo popolo sia schiacciato dal tallone del capitalismo yankee... E poi Cuba è così bella... E mettiamoci dentro le cubane e i sigari cubani, Hemingway ed Errol Flynn, perché no?
E, del resto, lo stesso Sergio Romano, nella prefazione a queste sette storie "contro Fidel" («Il sole nero», Le Lettere, pagine 146, ? 10), mette in risalto come il mito di Castro "libertador" sia duro a morire. Come il Papa ne abbia preso atto, come gli uomini d'affari pensino a fare i loro programmi per il futuro, come la stessa diplomazia americana si sia accorta che l'embargo non ha funzionato. Insomma: il comunismo ha fallito, un milione di cubani ha abbandonato l'isola e, negli Stati Uniti, un suo "peso" ce l'ha, Castro, invecchiando, non è davvero diventato più buono, anche se forse si è fatto più furbo; e, a dispetto di questi fatti, certi "interessi" sono più forti della democrazia e della libertà? Beh, la Realpolitik è quella che è; e se ci mettessimo a riveder le bucce a chi straparla di democrazia e libertà, non la finiremmo più. Importante è non mistificare, non mentire.
Il libro di Federico Guiglia propone sette testimonianze di esuli cubani a Miami: nomi, cognomi, storie. Un giovane pilota d'aereo abbattuto, un lattaio divenuto imprenditore di successo, un sopravvissuto a trent'anni di galera ecc. C'è Alina, figlia ribelle di Fidel, che parla del padre e del caso Elián. C'è un'intervista a Oscar Eliás Biscet Gonzáles che, intrepido combattente a difesa dei diritti umani, racconta della sua detenzione in una pausa di libertà, prima di esser condannato ad altri venticinque anni di galera. Sono storie che non possono essere ignorate e con grande onestà intellettuale Guiglia le racconta agli immemori e a chi si droga con le sensuali suggestioni caraibiche, scegliendo di non parlare, di non vedere, di non sentire. Come capita a tante scimmiette occidentali.

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