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«Così sopravvissi in quella cella di ghiaccio»

partendo dalla sua personale esperienza di detenuto, dapprima in carcere e in seguito in un Gulag, fino alle cliniche psichiatriche degli anni di Brezhnev: «L'assioma era molto semplice. Poichè si dava per scontato che l'Unione Sovietica fosse il Paradiso in terra, chi diceva di no, chi non era d'accordo, ebbene un dissidente non poteva che essere matto, lo si chiudeva in un asilo psichiatrico, per curarlo a forza di medicinali, camicie di forza, e scariche elettriche».
Quanti furono nella Russia sovietica le vittime nei Gulag?
«È difficile rispondere, perché, a differenza dei lager nazisti, nei Gulag non si tenevano statistiche. Dieci, quindici milioni? Potrebbe essere una cifra accettabile, tenendo presente che nei Gulag non venivano chiusi solamente coloro che erano stati condannati per questo o quel delitto di carattere diciamo ideologico. C'erano i Gulag per le vedove dei nemici del popolo, e persino per gli orfani di questi nemici del popolo. E alla cifra che ho detto occorre aggiugere i morti della guerra civile seguente la presa del potere leniniano, i morti per fame in Ucraina, penso cinque milioni di persone, durante la carestia che fece seguito a quella pazzia che fu tra il chiudersi degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta la colletivizzazione forzata delle terre, un vero e proprio sterminio pianificato della classe contadina».
Lei fu in Gulag. Come ci si viveva?
«Era un girone infernale, anche se eravamo nell'epoca di Brezhnev, e la repressione non aveva carattere di massa, come ai tempi di Stalin, ma selettivo, individuale. Regnante Stalin i detenuti venivano impiegati per edificare le opere del regime, il Canale Volga-Don, il mare di Bratsk, e via via, e poco importava quanti ne morivano. C'era un disprezzo per la vita umana che non avevano avuto nemmeno i faraoni d'Egitto allorchè costruivano le piramidi. Del resto, che importava? Ogni regione aveva le sue quote di detenuti da fornire, e così c'erano sempre altri sventurati per sostituire le vittime. Al mio tempo in segno di liberalismo poteva ricevere una lettera dai famigliari ogni due mesi. Ma c'era pur sempre la brutalità dei guardiani, la mescolanza coi detenuti comuni, dato che a me non veniva riconosciuta la veste di detenuto politico, anche se, nel 1971, mi scambiarono con Corvalan, il comunista cileno. C'erano le celle di punizione con le pareti ricoperte di ghiaccio, e così di seguito».
Eppure anche in Occidente quella spietata dittatura aveva non pochi seguaci, al limite degli estimatori...
«Ma perchè l'impero del male ha sempre un suo fascino. Diciamo che non si voleva vedere la realtà delle cose per ignoranza, per viltà morale, per la straordinaria capacità di menzogna della dittatura».
Un suo giudizio sui leader sovietici, cominciando da Krusciov.
«Abbattè il mito di Stalin, ma il suo tallone d'Achille stava nel fatto che continuava a credere nel comunismo. Fu l'ultimo segretario di partito a crederci. Riformò il sistema, ma solo a parole, così in quell'ottobre del 1964 fu facile abbatterlo per la burocrazia di partito».
Brezhev?
«Non ci credeva piu nel comunismo. Si limitò a gestire i molti privilegi della casta funzionariale».
Gorbaciov ?
«In Occidente è sovrastimato. Nemmeno lui credeva piu nel comunismo. Non c'era niente che funzionasse, con quel sistema! Ma la cosidetta "trasparenza", e il "rinnovamento" erano idee dell'uomo che aveva scelto Gorbaciov come suo successore, cioè Yuri Andropov. A

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