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L'amore di Topol fiore di libertà nel buio stalinista

TEATRO ED EMOZIONI

È il caso di «Un'ora d'amore» di Josef Topol, del 1969, fiore della primavera di Praga, spuntato sui prati immersi nella fitta nebbia della censura stalinista.
L'opera venne bloccata in Italia nel settembre del 1977: quando il regista Gian Filippo Belardo la stava mettendo in scena ricevette ordine dall'agenzia cecoslovacca Dilia di non rappresentare «Un'ora d'amore». Allora fu impossibile rintracciare l'autore, momentaneamente scomparso nei tumulti della repressione. Oggi Josef Topol è di nuovo attivo e presto regalerà al pubblico altri gioielli. Nella commedia, ripresa grazie all'impegno dell'associazione Pozzo di Sicar che ne ha caldeggiato l'allestimento sempre da parte di Belardo al Centro Culturale Francese, un uomo e una donna, El ed Ela, si amano, si scontrano, si abbandonano, si rimpiangono, si riallacciano in un gioco sublime di teatralità e di passione. L'opera è un lungo addio, descrizione drammatica e sognante dell'ultimo incontro, dell'ultima ora d'amore, che altro non si rivela che un ennesimo gioco infinito di abbandoni e di ritorni.
L'autore conosce a fondo sia il linguaggio teatrale della grande tradizione, sia i segreti delle avanguardie del Novecento: le sfasature ambigue, la commistione dei generi dal grottesco al patetico all'ironico. A differenza di tante opere contemporanee insopportabili, contorte entro una sperimentazione fine a se stessa, incomprensibili ai più e soprattutto noiose, la commedia di Topol mette in scena i temi eterni dell'amore e del tempo che tutto divora. Il testo offre agli attori il massimo che si possa desiderare: un dialogo a due organizzato con maestria ed arte scenica, intramezzato dagli interventi realistici e talvolta brutali della zia, rappresentante perfetta del gretto realismo piccolo-borghese.
Tra battute scintillanti, che passano dal sogno all'introspezione, dalla malinconia all'ottimismo tipico degli innamorati, si propone con leggerezza un apologo sulla realtà umana, sul significato della libertà, sull'alienazione quotidiana dei sentimenti, e sulla contrapposizione tra l'ideale appassionato dell'amore e la dura realtà del «ragionevole» comportamento. La rievocazione del primo incontro è a metà tra il sogno e il ricordo, tra l'invenzione e la cronaca: un volontario tuffo nel fiume, un tentativo di salvataggio e il gioco a due che inizia, dietro paraventi multipli. L'amore richiama la morte e ad un passo dall'abbandono Ela vede ciò che sarà di lei sola, dimenticata: «Verrà l'inverno, la neve comincerà a turbinare e lei cadrà insieme ai fiocchi bianchi o si scioglierà in lacrime di pioggia... Non si saprà più con che nome chiamarla, perché l'unico che lo sa, sarà lontano, per sempre...» Eppure all'ultima domanda di Ela, «Verrai domani?» l'amante senza incertezza risponde «E come potrei non venire?... Sogniamo un'ora d'amore / prima che faccia giorno / il sogno si lacera e noi... restiamo».
Una menzione particolare ai tre giovani attori, provenienti dalla scuola di Mario Scaccia: Edoardo Sala (El), Gioietta gentile (Ella) e Consuelo Ferrara (la zia).

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