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Dylan in concerto a Roma. Per molti i suoi testi meriterebbero il Nobel

Colpa della sua proverbiale riservatezza, di quel clima con cui ama proteggere la sua vita privata, ma forse anche per rimanere fedele ad un modello. La notizia del Nobel, che rimbalza ad anni alterni, ha del vero. Per primo fu il professor Gordon Ball del Virginia Military Institute ad avanzare la nomination, immediatamente ripresa dall'Accedemia di Svezia nella persona di Horace Engdahl, uno dei "grandi vecchi" accademici, anche se quest'anno il nome del cantante non è stato fatto.
Anche se le strade del Nobel portano a Dylan, di fatto il menestrello di Duluth continua ad evitare esagerati approfondimenti sui suoi versi. Voce importante del movimento di protesta degli anni Sessanta, ha sempre preferito cantare l'inquitudine, la disperazione e l'incertezza di una generazione di americani cresciuta nel dopoguerra, all'interno della lunga e dilagante guerra fredda, fino alla nascita di una improbabile controcultura, di cui il musicista fu profeta e cantore. Simbolo di quell'altra America che dai campus californiani al raduni pop tracimava verso un'alternanza di lavori che prevedeva un sesso disinibito, l'uso delle droghe leggere e una dura contestazione della cosiddetta società dei consumi, Dylan, molto più semplicemente, ambiva ad esser considerato un artista, mirando a difendere la propria indipendenza culturale. Del resto i suoi rapporti con i grandi ribelli subalterni della cultura americana arrivano da molto lontano. Per molti versi è stato l'erede spirituale dei grandi beat. Ne conosceva l'opera, aveva una sensibilità vicina alla loro ed era impaziente di conoscerli.
Fu Al Aronowitz, un giornalista del Saturday Evening Post a presentare Allen Ginsberg a Bob Dylan. Avvenne a Princeton nel novembre del 1963. Lo scrittore rimase molto affascinato da quel ventiduenne già famoso. E se è vero che le opere dei beat avevano influenzato le sue canzoni, c'è da dire che Dylan ebbe una forte influenza su Ginsberg, che cominciò ad emularlo incidendo canzoni a sua volta, capendo che la sola voce non aveva molte possibilità se paragonata all'accompagnamento di un cantante o di un gruppo musicale.
Certo, la meraviglia di Ginsberg, che dopo averlo ascoltato esclamò: «Scrive una poesia migliore di quella che scrivevo io alla sua età. È un genio menestrello dell'età spaziale piuttosto che un vecchio poeta di biblioteca», oggi non avrebbe più senso. Perché il musicista è cambiato più velocemente del suo pubblico, di quell'esercito disorganico composto da ex giovani, ex rockettari, ex barricaderi che si entusiasmano alle descrizioni di un tipo di America che non esiste più. Lawrence Ferlinghetti, poeta, scrittore, editore e figura di primo piano della beat generation, non aveva dubbi sul fatto che fosse arrivato un nuovo poeta. «Le sue prime canzoni sono lunghissime poesie surreali - disse Ferlinghetti - e mi sono detto che era un peccato che fosse diventato un cantante folk di successo. Sarebbe potuto diventare uno scrittore davvero interessante». Bob conobbe anche Ferlinghetti e i due parlarono della possibilità di scrivere un libro per la City Lights Books, la piccola libreria-casa editrice di proprietà del poeta a San Francisco. Ma Dylan, non del tutto indifferente al valore economico che potevano avere i suoi scritti, alla fine firmò un contratto con la potente Macmillan. Probabilmente fece bene, perché nella prospettiva storica il messaggio di Allen Ginsberg o di Gregory Corso, comportamentale ma di fatto solo cartaceo, venne soffocato dalla censura e si indebolì. Al contrario quello di Dylan, forte della sua voce nasale e roca, usando anche l'antica scaltrezza di evitare nelle sue poesie le parole censurabili, divenne potente ogni giorno di più. Ecco allora l'universo dei ghetti, la demolizione degli slums, la se

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