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Un padre tra laghi e foreste




UNA splendida rivelazione: il film russo Leone d'oro a Venezia dell'esordiente Andrej Zvjaginstev.
In una campagna con foreste e laghi. Tre personaggi, un uomo e due ragazzetti. L'uomo, arrivato all'improvviso, dice di essere il padre, assente da anni. Loro non lo conoscono, e anche se la madre conferma, dubitano, però si lasciano condurre da lui in una spedizione che, come meta, sembra avere la pesca in un lago; in realtà serve all'uomo per alcune operazioni che non si spiegano (come, intenzionalmente, non si spiega niente di lui) e per un severo tirocinio cui sottopone i ragazzi, non per crudeltà ma, probabilmente, per prepararli alla vita. Il più piccolo dei due comunque si ribella a tal segno che, per riparare alle sue rivolte, l'uomo avrà un incidente mortale. Ai figli, ora, solo il compito, vanificato da un altro incidente, di riportarne indietro il cadavere.
Ritmi distesi anche se lenti, immagini quasi in bianco e nero che privilegiano la pittura (all'inizio il padre che dorme ritratto nella stessa prospettiva e con gli stessi colori del «Cristo morto» del Mantegna), i caratteri dei due ragazzi il maggiore più remissivo, il minore subito ribelle, incisi a tutto tondo. Mentre, con lirica intuizione, la fisionomia dell'uomo è tenuta sempre in sospeso, fra il mistero e l'alluso, sta sul carattere (agisce a fin di bene? È privo di pietà?), sia sulle motivazioni di molti suoi gesti a margine, volutamente mai chiariti. Con un senso alto del cinema che ricorda un altro celebratissimo esordio russo, egualmente Leone d'oro a una Mostra veneziana: quello di Andrej Tarkovskij con «L'infanzia di Ivan». Vi concorrono i tre interpreti, con mimiche eloquenti.
G. L. R.

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