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Famiglia e città rendono difficile la vita a Caterina

E noi con lei. Sarà un viaggio indimenticabile anche per gli spettatori. Trascorso guardando a bocca aperta, dal vetro del finestrino, nient'altro che i personaggi della nostra stessa vita.
E cioè il popolo di perdenti, vincenti, frustrati, arroganti, menzogneri e nevrotici che ogni giorno corrompe e rosicchia i nostri lati migliori. E cioè la purezza, l'ingenuità, l'altruismo, la lealtà, l'onesta, il senso dell'amicizia. Qualità che, per l'appunto, possedevamo in giovinezza. E che in una parola, come dice Paolo Virzì autore di questo film bello, nelle sale in 150 copie da venerdì, tenero ma anche solidissimo (pazzesco che non sia stato ammesso all'ultima Mostra di Venezia!), possono riassumersi col termine grazia. «Una grazia che consentirà alla giovanissima Caterina - dice Virzì - di non lasciarsi sopraffare dalla città e di trovare una strada propria».
Brava Caterina! (e bravissima la sua interprete, la 13enne di Tivoli Alice Teghil, scoperta dopo un lunghissimo casting nelle scuole del Lazio). Già, perché casa sua è abitata da persone già ampiamente travolte, tradite dal salto fra l'ovattata e tranquilla provincia e quell'enorme e pericolosa corsa di Formula Uno che è invece la vita nella metropoli. Due parole sulla storia del film: Caterina, la protagonista, ha un padre (Sergio Castellitto al suo massimo) insegnante e scrittore frustrato, emarginato dal mondo che conta fino a fare una orribile piazzata, in diretta, durante il «Costanzo Show». Sua madre (Margherita Buy in parte al 100%) si rifugia al contrario in una vita talmente casalinga da rifiutare, di fatto, il mondo esterno. Fino a non capirlo e non capirsi più neppure con suo marito.
Due genitori che schiaccerebbero qualsiasi figlia, specie se già appesantita dal fardello di arrivare nella scuola più snob di Roma direttamente da Montalto di Castro («Sulla costa tirrenica, a Nord-Ovest» risponde Caterina alla prof che le chiede di dov'è, arrossendo per il proprio accento un po' burino. Una frase che entrerà di sicuro nel linguaggio parlato).
«Volevamo raccontare l'Italia di oggi attraverso gli occhi puri e limpidi di una persona incontaminata - dice Virzì, il regista livornese al suo sesto film - Ecco perché abbiamo scelto come protagonista una ragazzina di 13 anni. In realtà, noi amiamo molto anche gli altri personaggi. A cominciare dal padre di Caterina, questo professore così deluso e frustrato dalla propria mancata realizzazione professionale e personale da contagiare con la propria infelicità tutta la famiglia. Volevamo raccontare un piccolo-borghese dei nostri tempi. Onesto, certo, ma anche un po' malato, come tanti altri, perché soffre in modo rancoroso ma immotivato per l'esclusione dai salotti, dai talk-show, dalla notorietà».
Durante un dibattito in classe, uno studente definisce i comunisti più o meno come «gente che non ha bisogno di lavorare, che passa il proprio tempo nei salotti tra registi e scrittori, mentre la destra è fatta di persone che lavorano».
Una frase destinata a fare rumore e che Virzì tiene a precisare. «Innanzitutto in questo film la politica è una comprimaria e non una protagonista. Le protagoniste qui sono le ragazze, cioè Caterina e le sue amiche (le altre due attrici, giovanissime e brave: Carolina Iaquaniello e Federica Sbrenna). Inoltre, la definizione viene fatta da un loro compagno di scuola perché è così, oggi, che la politica di certi ambienti elitari romani viene vissuta dai ragazzi di quell'età. Così come gli schieramenti. Sei "zecca", cioè di sinistra, o "pariola", cioè di destra? In realtà, la storia del film passa "anche" per la politica, ma la storia è quella di chi vince e chi invece viene escluso dalla corsa, come il padre di Caterina e, in certi momenti, come Caterina stessa. Insomma, l'argomento politico nel film è un accessorio per raccontare meglio l'aspetto umano di tutti i protagonisti».
Per chiudere un aneddoto divertente. Tra le scene scartate in fase

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