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di ENRICO CAVALLOTTI È affatto legittima la protesta dei compositori contemporanei.

che non hanno udienza presso le grandi istituzioni sinfoniche e cameristiche italiane; che vengono ignorate dalle case discografiche. A tacere dei teatri lirici, che se mai programmano e rappresentano, una tantum, un loro lavoro, s'affrettano ad occultarlo, a seppellirlo sotto mille Rigoletti e mille Barbieri, e quasi se ne scusano col pubblico dei melomani, e sanno a priori che quel pubblico sarà dato da quattro gatti annoiati, fastidiati e d'un súbito appennicati. Sembra, in effetti, una specie di micidiale congiura ordita contro i compositori del presente, nelle cui lacrimevoli condizioni artistiche e professionali mai s'erano trovati i loro colleghi delle età precedenti: nei secoli dei secoli: dal tempo dei greci (che amavano la musica del proprio tempo ed altra non conoscevano).
Non sarà, forse, inopportuno domandarsi il perché di quest'assurda situazione, che avvilisce la musica contemporanea (ormai da quasi ottant'anni), che fa sentire in sottile colpa gli organizzatori musicali e quel pubblico che a volte si vergogna assai di dichiarare l'insofferenza, l'idiosincrasia, il rigetto, il malanimo, l'ignoranza nei confronti d'un linguaggio dei suoni dalle forme ostili e dai contenuti rebussistici. Anche se di Petrassi e Berio.
La risposta che piú immediata discende dalle nostre (annose) riflessioni tende a sottolineare come la musica contemporanea sia segnata da una dimensione estetica che, a parlare spiccio e dritto, definiremmo del «Brutto». La musica del secondo Novecento non piace alla gente perché è oggettivamente brutta: nel linguaggio astruso, nelle strutture lambiccate, nella ritmica ingarbugliata, nelle voci spasmodiche ed ossessive, nel tendere fatalmente al piú irriguardoso silenzio od al piú screanzato caos (ch'è la medesima cosa). La gente non ha ancora rinunciato al concetto di «Bello», al contrario di quanto hanno fatto gli ultimi compositori, che il «Bello» giudicano esaurito, annichilito, impraticabile.
Del resto, un musicista oggi non potrebbe, pena la derisione dell'inattualità o la vergognosa finzione, comporre nello stile di Puccini o di Mahler; eppure il pubblico vuol ascoltare le musiche scritte nel linguaggio di Puccini e di Mahler, con quelle melodie, con quelle armonie.... Non è un caso se le canzoni che vendono milioni di dischi ancora utilizzano, grosso modo, quelle melodie ed armonie sia pur mascherate. Diciamo che la musica d'arte è morta. Siamo disposti ad aspettare un demone - un genio - che la resusciti quale un'araba felice?

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