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Uno stregone del latino

Michele Coccia il Diploma di prima classe e la Medaglia d'oro quale benemerente della Scuola, della Cultura e dell'Arte.


di ENRICO CAVALLOTTI


FREQUENTAVAMO la seconda liceo, al Virgilio di Roma, e il nostro professore di latino e greco, Michele Coccia, quella mattina tornava in classe dopo un'assenza di una decina di giorni. Si era sposato, era reduce dal viaggio di nozze. Quando apparve alla porta, alto, robusto ed un po' curvo, il volto paterno, i capelli corvini fitti fitti, e gli occhiali importanti, inclinato dalla parte del solito borsone e infagottato nel lungo loden verde, ci alzammo in piedi e lo accogliemmo con un applauso. Le ragazze s'affrettarono attorno alla cattedra per complimentarsi con lui; noi ragazzi, piú maliziosi, gli facemmo con tono sbarazzino domande allusive in una sorta di crescendo rossiniano polifonico che concertavamo acquattati dietro i banchi.
Il professore non mostrò alcun imbarazzo. Ci lasciò esultare: ammiccare in ogni direzione per cosí dire concettuale, ed infine c'invitò con garbo a prendere posto. Ubbidimmo. «Carissimi, vi ringrazio per il vostro interessamento, e per questo motivo oggi, anziché la lezione rituale, dedicherò il nostro tempo a rispondere alla prepotenti curiosità nuziali dei ragazzi». Ed ascoltammo una lezione magistrale sulla «santità del matrimonio», che tutti noi alunni, dopo quarant'anni, ancora commuove a ricordarla.
Non era soltanto l'altezza del sentimento che provava un uomo, il nostro professore, né la vastità della cultura che abbracciava la civiltà greco-romana e la dottrina cristiana, ma il libero e fantastico itinerario spirituale che alternava o fondeva i principi morali ai dati sociologici, le cose piú belle dei poeti del mondo al divenire del rapporto matrimoniale nelle età dell'Occidente e dell'Oriente. Suonò la campanella. S'affacciò all'uscio il professore della lezione seguente. Dopo qualche minuto anche lui, appoggiato alla parete della lavagna, ascoltava beato quella lezione coniugale di Coccia.
Era giovane allora, Coccia, sebbene i suoi occhi avessero già la bonomia dei saggi e la dolcezza dei puri di spirito. E non cambiò modo d'essere, né di rapportarsi ai giovani, quando divenne assistente del demoniaco Ettore Paratore all'Istituto di Latino nella Facoltà di Lettere, né quando gli succedette in cattedra. Allorché ottenne il primo incarico universitario a Cagliari, avrebbe dovuto rinunciare all'insegnamento liceale al Virgilio. Ma tali furono le proteste, le sollevazioni, le minacce delle sue classi di fronte al pericolo imminente che il Preside fu costretto a raggiungere un accomodamento: Coccia avrebbe continuato ad insegnarci almeno il greco. E noi ricordo che si fece tale festa che gli occhiali spessi di Coccia s'appannarono un poco.
Un alto numero di liceali che ebbero il professore ad insegnante scelse all'Università l'indirizzo di Lettere Classiche: ciò che costituisce la massima soddisfazione e bontà d'un insegnamento liceale.

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