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PARIGI — La maratona di ballo sfinisce le modelle ma esalta la moda, quella di Alexander McQueen: lo ...


Se le passerelle di Parigi fossero una gara, per il momento, a metà corsa, il vincitore sarebbe McQueen. Il suo show, la cui preparazione è durata mesi, ha fatto scalpore per i vestiti, ma anche per la coreografia di Michael Clarke, talento della danza d'avanguardia, che ha preparato le modelle con una settimana di duro lavoro. Già dall'invito, una scatoletta di antidepressivi (vuota, ma per significare - spiegano - che la moda è come il Prozac), era chiaro che tutto sarebbe stato molto forte, e infatti lo è stato: ballerini professionisti e modelle sono comparsi in scena a coppie, affrontando la maratona con gaia baldanza e bellissimi vestiti da sera.
Venti spettacolari abiti lunghi ispirati agli Anni 30, come quello tutto di cristallo, come il vestito da sirena in raso albicocca e marabù, scollato sulla schiena fino all'inverosimile. Ma anche eleganti tailleur cuciti addosso, in un mix di Principe di Galles e chiffon rosa, abitini neri scampanati e perfetti sopra la blusa bianca croccante. McQueen, che stavolta ha rafforzato la spettacolarità del suo show, ma ha adoperato il suo talento per una collezione nonostante tutto più mettibile, è andato avanti proprio come nel celebre film del 1969: nella seconda scena, le coppie in gara sono decisamente provate e si trascinano stanche in una folle corsa, tra cadute e svenimenti, scivolando sul parquet, caracollando sui tacchi dei sandali (bellissimi, con cinturino e orologio alla caviglia).
Le modelle recitano bene la parte e i ballerini, con il numero di gara sulla schiena, le sostengono e le sospingono. La moda si trasforma, gli abiti non sono più quelli perfetti dell'inizio: compaiono le stampe surrealiste, le asimmetrie, il disordine, le fantasie trompe l'oeil sulle t-shirt, i calzoncini e i minivestiti. Tutto è più casuale e fantasioso. Il ballo continua, c'è chi viene eliminato, chi regge stremato: nella terza parte le modelle sono ormai delle zombie e i vestiti sono distrutti dalla fatica. Ognuna indossa quello che le è rimasto, mescolando il giorno e la sera, lo sport e la sartorialità: l'elegante trench tutto di tessere ottagonali multicolori, qualche maglietta sportiva, la gonna che esplode di volants sotto il ginocchio, il lungo meraviglioso abito di chiffon a fiori pastello, salvato chissà come; i jeans cuciti sul tulle color carne, la tuta-collant trasparente ricamata di cristalli e indossata alla disperata, sopra la felpa grigia. È la fine della stremata sfilata, arrivano gli applausi, quasi un'ovazione.
Forse Julian Mac Donald, stilista di Givenchy, non è mai stato a Positano, o è troppo giovane per ricordare le sottanone di garza indiana stropicciate e tinte in capo, con le balze unite dal pizzo a uncinetto: chi, invece, questi ricordi li ha bene impressi, si è stupito oggi di ritrovare l'abbigliamento un pò hippy, da negozietto estivo se non da bancarella, sulla passerella del marchio che fu del marchese Hubert de Givenchy.
La nuova collezione è tutta gonne ampie, abiti larghi pre-maman con inserti di crochet e perfino di nappe penzolanti, vestiti da sera in seta stropicciata e stinta. Questa hippy chic (o forse solo hippy ricca, dati i prezzi della maison) porta bustini in cotone ecru, da contadina settecentesca, sbuffanti e stringati, indossa giustacuori arricciati, corsetti e spencer, vestitoni di rete lavorata a uncinetto. Le tinte vanno dal bianco al grigio, dall'albicocca all'arancio. Le borse sono enormi (come il tascapane accessoriato, in pelle cognac) o piccolissime come la pochette a mezzaluna, con grandi nappe pendenti. Ai piedi, alti sandali con suola di legno in multistrato marino.

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