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di NANTAS SALVALAGGIO DUE colpi di fucile mi consentirono di ritrovare Anna dopo dieci anni di ostinato silenzio.

Così spariva l'uomo che ci aveva separato e fatto atrocemente soffrire.
Per un puro caso scesi nello stesso albergo di Anna, il Weston di Ketchum, un piccolo paese dell'Idaho: era affollato di reporter, attratti dal suicidio dello scrittore. Io stesso vi fui spedito in extremis, al posto del corrispondente negli Usa, licenziato in tronco per inettitudine. Interrogato da un reporter, il coroner che aveva esaminato il cadavere si era espresso in maniera piuttosto criptica sulle cause della morte. «Mai visto un suicida che si spara due colpi alla testa» aveva detto la sera al pub dell'albergo, davanti a una pinta di birra. Ma il coroner non aveva fatto i conti con la personalità di «Papa», che si era in effetti ammazzato, ma alla sua maniera, con uno spreco di rumore e di pallottole. Del resto non era tipo da compiere gesti banali. Risultato dell'autopsia: «Papa» aveva sparato con la carabina a due canne, premendo simultaneamente i grilletti con entrambi i pollici. «Tanto per restare più a lungo sulle pagine dei giornali» commentò un reporter con un cinismo da becchino.
Un rigoroso servizio d'ordine, formato da alcuni gorilla con facce da pugili, ci impedì di assistere alla cerimonia funebre, che fu strettamente privata. Neppure Anna riuscì a vedere la salma e a farsi ricevere dalla vedova. Evidentemente Anna era in rotta da tempo con la famiglia, e non solo con «Papa». Di queste beghe dolorose e risibili Anna mi parlò a lungo per un'intera notte.
Non mi stancavo di guardarla, di soppesarne i gesti e le parole. Era molto sciupata. Smagrita. Ma nel medesimo tempo bella e attraente come ai bei dì. Il lampo azzurro dello sguardo, il sorriso tenero e misterioso, mi sembravano incorrotti, a dispetto dell'usura degli anni.
«Non ti sei mai fatta viva in tutto questo tempo» la rimproverai, ma dolcemente, senza acredine.
«È vero, e non ho nessuna giustificazione. Ma il fatto è che quando ero felice — una felicità così breve da non lasciare traccia — mi vergognavo di farlo sapere agli altri. Solo quando è cambiato il vento, e tutti mi hanno schizzata come una lebbrosa, ho preso atto che in fondo avevi ragione. Ma non te lo sono venuta a dire, ho troppo orgoglio».
«Quello che ancora non ammetti» dissi, «è di essere cascata nella trappola dello stregone. Ti sei data per un piatto di lenticchie, per qualche specchietto colorato, come le indiane d'America ai marinai di Cristoforo Colombo».
«Paolino, lui conosceva il mio punto debole, e su quello ha fatto leva: ero un'oscura poetessa della domenica, una goffa ricamatrice di parole, e lui mi ha illuso di avere talento. Grazie a lui sono stata ammessa al salotto dei grandi, ho ricevuto i consigli di Eliot e i complimenti di Auden».
«Ma fu vera gioia?»
«Certo che no: al contrario, è stato il mio inferno. Dietro le spalle, mi hanno deriso e disprezzato come la "favorita del Sultano". Hanno scritto che acquistando il mio libro ogni lettore avrebbe avuto diritto alla qualifica di imbecille ad honorem. Ed è un miracolo che qualche tribunale letterario non mi abbia fatto togliere il passaporto e il diritto al voto».
«In principio fu l'errore: esordire col primo libro nel salotto dei poeti famosi. "Papa" doveva prevedere che non sarebbe bastato il suo prestigio a proteggerti dall'invidia e dall'arroganza dei critici».
«E difatti me la fece pagare pure lui, il buon Sultano: quasi fossi stata io la seduttrice e lui la vittima. Dopo l'alluvione di stroncature che seppellì il suo romanzo veneziano, Oltre al fiume..., se la prese con me, disse che l'aveva scritto "solo per farmi piacere". Una sera che aveva bevuto più del solito fu davvero perfido: "Mi hai talmente rimbecillito con le tue moine, che ho perso la lucidità. Non mi riconosco in quelle pagine scialbe". Per un'intera estate si chiuse nel suo studio, e si rifiutò di vedermi».
«Non immaginavo che fosse stata così breve, la tua luna di miele».
«Forse "luna di miele" non è la locuzione app

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