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«Wozzeck» al Parco della Musica in un'eccellente rappresentazione


La vicenda del dramma, tratto dalla romantica «Ballata» di Georg Büchner, ci dice, in superficie, che Wozzeck è il soldato alienato il quale, tradito dalla moglie, soccombe sotto il peso dello sfruttamento del capitano che lo vessa e del medico che lo usa per ignobili esperimenti scientifici. Ma nei contenuti piú riposti, il protagonista del titolo non solo denunzia il dramma dell'uomo nel mondo ma anche l'imperitura tragedia dell'esser uomo. Non solo il dramma del vivere tra i proprî simili ma la catastrofe dell'essere umano di fronte a sé stesso. Feroce effigia dell'uomo inteso quale aborto dell'idea stessa di uomo: concepimento di un «nulla» la cui presenza molesta il sovrano disinteresse della natura che per ciò si vendica rendendoci insieme fabbricanti e consumatori d'indecorosi travagli esistenziali. L'uxoricidio ed il suicidio finali di Wozzeck valgono l'atto di pietà verso di sé nella liberazione dalla grottesca condizione umana.
Un'opera d'ardua realizzazione sul piano vocale e orchestrale, dall'impronta fortemente espressionista, che al Parco della Musica ha conseguito eccellente esito grazie all'intelligenza ed al competente impegno degl'interpreti. In primis, il regista Daniele Abbado che ha saputo trasformare una forma «semiscenica» data a priori in una realtà teatrale affatto esaustiva e affascinante, inverata da una struttura lignea su due piani, abitata da elementi simbolici - la stanza di Maria, il laboratorio medico, le panche della festa, etc... - cui si riferivano i protagonisti della tragedia, forti d'una recitazione al tutto immediata e ficcante.
Encomiabile il cast vocale di cui piaccia segnalare la compostezza patetica di Jürgen Linn (Wozzeck), nella foto con Maria Ronge (Maria) dalla rimarcata nobiltà espressiva, l'ironia graffiante di Kurt Azesberger (il capitano) e di Johann Werner Prein (il dottore). Lodevole la concertazione di Daniele Gatti anche sebbene la sua interpretazione stilistica non abbia sottolineato a dovere l'asprezza, la «tossicità» e la deformazione della sonorità espressionista berghiana, privilegiando invece un'entità sinfoniale di cifra accademica ed ottocentesca. E troppo sovente l'orchestra ha coperto le voci col pur necessario eccesso di volume.
Il pubblico ha accolto la rappresentazione (in lingua tedesca con sovratitoli in italiano) con prolungati applausi.

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