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di PAOLO CALCAGNO INTORNO a un tavolo di cristallo lungo 12 metri sono stati allestiti 32 coperti.

Le pietanze del banchetto scandiscono ritmi cromatici. Ragù, fragole, rape (il rosso); zucche, carote e mandarini (l'arancio); pasta colorata, lattughe, cavoli (il verde). È questa la performance VB52 che ha introdotto ieri sera, al Castello di Rivoli (la Mostra durerà fino al 28 gennaio) la prima retrospettiva di Vanessa Beecroft, composta da 65 opere e 51 video. Il rituale dell'essere e dell'apparire è, come sempre, al centro delle celebri performances della trentaquattrenne artista, genovese di nascita ma da anni residente a New York, dove si è affermata a livello internazionale. E il cibo, come nei lavori iniziali, ha la parte principale. L'esibizione inquietante delle bellissime donne nude sottolinea il dramma personale di Vanessa Beecroft, ossessionata dalla bulimia quando studiava alla Scuola di Belle Arti di Milano e coltivava la sua magrezza nutrendosi esclusivamente di riso, mele, carote e pane fatto in casa. Vanessa annotava in scritti e disegni su un diario le sue turbe e le sue ansie. Un insegnante li vide e le suggerì di metterli in mostra. «Così, raccolsi 30 amiche e le misi in mostra al posto degli schizzi - racconta Vanessa Beecroft - le reazioni furono subito negative, ma da parte mia scoprii che le ragazze erano molto più immediate della pittura e decisi di continuare su quella strada». Da allora, la Beecroft è diventata la musa delle nevrosi femminili del nostro tempo, elevando ad arte l'originale linguaggio espressivo con cui affronta in modo diretto temi centrali della cultura contemporanea, come l'identità, la molteplicità, il corpo, la sessualità, intrecciando il glamour della moda alla storia della pittura e facendo convivere nelle sue opere De Chirico e Prada, Wolford e Gucci.

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