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di FRANCESCO VITALI UN PERCORSO contraddistinto da personalità intellettuali di grande rilievo, ...


Dopo i tentativi pionieristici di fine 800 di Messedaglia, è soprattutto per impulso di Gioacchino Volpe che Giovanni Gentile istituisce nel 1924 la Scuola di scienze politiche, poi trasformata nel 1925 in «Facoltà di Scienze Politiche», che doveva servire quale ponte di collegamento tra le Facoltà umanistiche di Lettere e di Giurisprudenza. E, in effetti, l'influenza scientifica e accademica nel settore degli studi storico-politici esercitata da Volpe, professore di Storia moderna nella stessa Facoltà fino al 1943, sarà preponderante. Nei suoi intendimenti, infatti, essa deve focalizzarsi sui rapporti internazionali e sulla politica estera italiana nel '700 e '800. L'innovazione volpiana consiste, pertanto, nel superamento del metodo economico-giuridico, a favore di una prospettiva storico-politica di valorizzazione dell'autocoscienza nazionale.
Anche negli altri ambiti disciplinari di Scienze politiche tale prospettiva assume una rilevanza essenziale, in relazione alle questioni poste dai profondi cambiamenti provocati in Italia dalla nuova realtà della politica di massa e dall'affermazione del fascismo, lasciate del tutto insolute dall'impostazione e dai paradigmi liberali. In questa direzione, nell'area giuspubblicistica, infatti, soprattutto con i contributi di Sergio Panunzio e, per gli studi corporativi, di Giuseppe Bottai viene decisamente abbandonato il positivismo giuridico orlandiano a vantaggio di un approccio metodologico al diritto, attento al divenire socio-politico e al procedimento comparativo.
Altrettanto significativo, in proposito è il contributo teorico fornito dai politologi, a partire dal liberale Gaetano Mosca la cui riflessione sulla classe politica, scaturita dalla crisi del parlamentarismo liberale, esercita una profonda influenza su altri studiosi, quali Michels e Ferrero.
Il cerchio tracciato, si chiude perfettamente con la capacità di indagare la realtà sociale, acquisita attraverso il largo impiego dei metodi quantitativi, rispettivamente dall'economia e dalla statistica, grazie a studiosi del calibro di Alberto De Stefani (autore di grandi riforme al ministero delle Finanze e preside della Facoltà dal 1926 al 1943), Luigi Amoroso (anche lui prestigioso economista) e Corrado Gini (che esercitò, per lungo periodo, una vera e propria egemonia sulla statistica italiana).
Di segno contrario, tuttavia, rispetto alla prospettiva volpiano-gentiliana, si pone il tentativo dell'ala intransigente del regime di fascistizzare la Facoltà già all'indomani della sua nascita, all'interno del più ampio disegno di egemonizzazione dell'Università italiana. Il fascismo rivoluzionario, infatti, ritiene che il primario compito della Facoltà consista nel preparare la nuova classe dirigente della rivoluzione e nell'operare quale strumento della fascistizzazione integrale della cultura.
A spingere in questo senso contribuiscono soprattutto Alberto De Stefani e Giorgio del Vecchio, impegnati costantemente ad impedire il rafforzamento dell'attualismo gentiliano, in ciò coadiuvati anche da Panunzio, convinto fautore degli schemi integralisti. Tuttavia, la fascistizzazione di Scienze politiche non soddisfece le posizioni radicali, come attestano le critiche avanzate in proposito dagli intransigenti fino al crollo del regime, malgrado la sincera adesione al fascismo della quasi totalità dei suoi docenti, la cui assoluta eccellenza intellettuale e spirituale e la duratura incisività scientifica del magistero esercitato costituiscono un segno tangibile del grande contributo offerto alla tradizione culturale italiana.

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