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di ANTONIO SPINOSA IN questi giorni a passeggiare tra le navate di Santa Croce in Firenze ...

Oggi infatti ricorrono i duecento anni dalla morte del poeta, e questo lungo tempo non è trascorso invano per la fortuna dello sdegnoso astigiano, non soltanto nelle aule scolastiche.
Nell'Europa intera, il 14 luglio del 1789, risuonavano le schioppettate della Bastiglia, e anche l'Italia, il paese più retrivo, era scossa di brividi di libertà. Gli intellettuali si mostravano assai sensibili, e fra essi spiccava proprio l'Alfieri che in quei giorni fatali si trovava a Parigi, come meta di un suo lungo peregrinare in opposizione al conservatorismo sabaudo. Subito scriveva un'ode. Fin dal titolo essa appariva tutto un programma: «Parigi sbastigliato». Non erano trascorsi tre giorni dall'assalto alla fortezza che il poeta già si era legato alla sedia per comporre ansiosamente quell'inno ideale e politico nel quale esaltava l'impresa dei rivoluzionari francesi cui aveva assistito, diceva, da «testimonio oculare». Lui stesso raccontava come all'«accidente della Bastiglia presa» s'infiammasse di «vera speranza nel veder distrutta una fiera ed ampia tirannide».
Ma un giorno lui stesso si "sdalfierizzava" poiché nei moti controrivoluzionari del 1793 e del 1799 si rimangiava tutto il precedente entusiasmo libertario. E scriveva i sonetti del Misogallo ispirandosi a un nuovo odio per i francesi. Spense la luce dei lumi, e abbandonò gli ideali di una rivoluzione che ormai per lui non "puzzava" che di stalla.
Si ritirò nella sua "sdegnosa solitudine" a Firenze, errando dove l'«Arno è più deserto» e recando sul viso il «pallor della morte» che in realtà doveva coglierlo a soli 54 anni. Seguì un lungo silenzio. Saranno il monumento che il Canova aveva scolpito per lui nel 1810, e alcuni versi del Foscolo, a farlo riscoprire ai romantici con i quali aveva in comune l'amore per la natura e per l'ignoto. E la libertà? La ritenne sempre un privilegio di pochi.
Era nato nel gennaio del 1749 (lo stesso anno di Goethe) da una ricca famiglia piemontese sotto il dispotico regno di Carlo Emanuele III. Aveva soltanto un anno quando gli morì il padre. Monica, la madre — una Maillard de Tournon — non si perse d'animo, ed ebbe altri due mariti. Lo aveva abbandonato nelle mani di un precettore, e dopo qualche tempo fu accolto nell'Accademia Militare di Torino in cui i colleghi subito gli affibbiarono il soprannome di "carogna fradicia" a causa dei foruncoli che gli infestavano terribilmente il viso.
Cominciò presto a viaggiare. A Napoli ebbe l'onore di baciare le ciabatte di re Ferdinando; a Roma le pantofole di Clemente XIII, ma le due città e i rispettivi "tiranni" non lo soddisfecero. Non lo entusiasmò neppure Parigi, una "fetente cloaca", dove il vecchio e imbacuccato Luigi XV non lo aveva degnato di uno sguardo. Impressionato da questi precedenti, non volle, in Russia, incontrare la tronfia imperatrice Caterina, una "Clitennestra filosofessa" che regnava su di un «asiatico accampamento di allineate trabacche». Trovò invece affascinante l'Inghilterra, i suoi paesaggi e l'alcova della voluttuosa lady Penelope Pitt, moglie del grande statista lord Ligonier. Tornando a Torino si ritrovò tra le sottane e gli arazzi egizi della marchesa Turinetti.
L'Alfieri, ormai "allitterato" e precedendo il Manzoni, pensò che fosse necessario il recarsi a «sciacquare i panni nell'Arno» ed apprendere quel parlare fiorentino per lui ancora così ostico. Firenze già gli era piaciuta in precedenza, e ora lo conquistò interamente così come le calde e setose lenzuola di Luisa Stolberg-Gedern, contessa d'Albany, che era diventato l'amore della sua vita. Una vita in cui aveva soprattutto incarnato il ruolo del poeta decadente e del vate ante litteram, anticipando così il Foscolo, Byron e lo stesso D'Annunzio, tutti novelli e solitari Prometei in lotta con un mondo che sentivano estraneo. Nella «Vita», l'opera sua più significativa, fece rivivere per sempre se stesso — l'uomo e il personaggio — così in realtà com'era, prepotente,

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