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di ANTONELLO SARNO SODDISFATTO dell'accoglienza ottenuta a Venezia da «The Dreamers» ...

L'unico problema, al momento, è l'obbligo di dover tagliare alcune scene del film per l'uscita sul mercato americano. «La Fox - dice il regista - in accordo con le altre major, non esce con titoli vietati ai minori di 17 anni... che è esattamente il divieto che ha ricevuto il mio film. E non c'è stato nulla da fare. Peccato».
Rileggendo la rassegna stampa veneziana non posso che dirmi soddisfatto del generoso spazio ricevuto - afferma Bertolucci, arrotando cordialmente la sua celebre "erre" assai più dei suoi attori francesi Louis Garrel ed Eve Green - anche se ciò che mi ha colpito di più è stato il tentativo in atto di archiviare il '68 come un'esperienza tutto sommato negativa. Ma la società in cui viviamo oggi, a cominciare addirittura dai rapporti interpersonali tra uomo e donna, fino ad arrivare alle più importanti conquiste sociali - sostiene Bertolucci con calore - è il frutto diretto di quell'esperienza! Insomma, come si fa a dire che il '68 è stato un fallimento? È un'ingiustizia storica! E a chi ha criticato il film ammettendo di non averlo neppure visto, io rispondo che anche questo paradosso è una creazione del '68, quando andava di moda dire "Quel film non l'ho visto e non mi piace"».
Bertolucci, lei in che modo comunicherebbe l'esperienza del '68 ai ragazzi che oggi hanno l'età di quelli che scendevano in piazza 35 anni fa?
«Innanzitutto devo ammettere che sono molto sorpreso del comportamento di molti tra quelli che il '68 l'hanno vissuto direttamente. E che oggi non si preoccupano affatto di trasmettere ai figli il significato della loro esperienza senza rendersi conto che, in questo modo, tolgono qualcosa ai ragazzi di oggi. Noi, l'ho già detto altre volte, andavamo a letto convinti di svegliarci non l'indomani, bensì "nel futuro". Certo, all'epoca noi avevamo mille tabù in più delle generazioni attuali. La parola "trasgressione", che per noi era importantissima, oggi ha quasi perso il suo significato. Eppure, resto sempre sorpreso quando vedo che il film viene accettato più facilmente da chi, come i ragazzi del presente, non ha conosciuto il '68 piuttosto che da chi l'ha vissuto personalmente. Del resto, questo è un film sui giovani e soprattutto anche "per" i giovani di oggi..»
Il suo amico e collega Marco Bellocchio a Venezia è andato in concorso, ed è rimasto deluso dalla mancata vittoria. È per questo che lei è andato alla Mostra fuori concorso?
«Sì. Alla mia età si dice "no, grazie" alle gare ed agli esami che danno soltanto ansia. Mi spiace per Marco, che ha tutta la mia solidarietà. Il suo, tra l'altro, è un film che parla di quella che in qualche modo è la fine del '68, e cioè la morte di Aldo Moro, di cui tutta la mia generazione si sente ancora un po' responsabile. Quando l'ho chiamato, gli ho detto che le "gare di sprint" non sono fatte per due vecchi elefanti feriti come noi. Spero che sia d'accordo con me».

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