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Amos Oz si racconta: il nuovo romanzo, il rapporto con i palestinesi, l'umorismo in letteratura

«O compromesso o morte»

Un sogno che, in realtà, non era altro che la trasposizione di un desiderio: quello di conoscere. E oggi il suo ultimo libro mira proprio a questo: farci conoscere dall'interno il popolo ebraico. «Una storia d'amore e tenebra» (Feltrinelli, 627 pagine, 19 euro) può essere letto sotto più angolazioni. Di questo romanzo, della sempre più drammatica situazione mediorientale, con l'ultimo episodio della kamikaze che ha ucciso venti persone ad Haifa, e del valore dell'umorismo in letteratura parlo con Amos Oz.
Signor Oz, ci dica innanzi tutto qualcosa sull'ambientazione di «Una storia d'amore e tenebra».
«Il romanzo si svolge principalmente in Israele, tra gli anni Trenta e Quaranta, quando quella terra sembrava un campo di rifugiati, un'imbarcazione di salvataggio con alcuni superstiti a bordo».
Nel romanzo si fondono però le voci di più generazioni.
«Sì, si tratta di una storia narrata a più voci, in cui viene di volta in volta espresso il punto di vista di tante persone diverse: il bambino, il nonno, la zia. Il libro ha un coro di narratori, ma nonostante questo è una storia semplice, tradizionale. Non ha nulla di post-moderno, piuttosto direi che si potrebbe definire pre-arcaica. In essa si ritrovano tutti gli elementi fondamentali della vita: l'errore, la morte, il desiderio, la speranza, la solitudine».
E soprattutto la famiglia.
«Infatti. Se dovessi descrivere tutti i miei romanzi con una parola sola, direi: "famiglia"; se ne dovessi usare due, invece, direi: "famiglia infelice". Io credo davvero che la famiglia sia l'istituzione più paradossale, illogica, misteriosa, folle e miracolosa che esista. E le dirò di più: quando cerco di capire qualcosa del contrasto che divide israeliani e palestinesi, provo a farlo in termini di conflitto familiare. Credo che questi due popoli possano essere considerati come due figli dello stesso genitore crudele, l'Europa, due vittime dello stesso oppressore. E così come in molte famiglie i due figli non si coalizzano contro il padre oppressore, ma si accusano reciprocamente di essere simili a lui, allo stesso modo fanno israeliani e palestinesi: i primi non vedono i secondi come disperati e sconfitti, ma come oppressori, promotori di un pogrom; i secondi, a loro volta, vedono i primi come colonialisti».
Quale potrebbe essere, allora, la soluzione a questo dissidio «familiare»?
«L'unica soluzione possibile è un "divorzio equo", ma di un tipo molto particolare: nessuno se ne va di casa, ma ci si mette d'accordo sulla divisione delle stanze, soprattutto sull'uso comune di cucina e bagno. È un'impresa difficile, ma non impossibile».
Davvero crede nella possibilità che si giunga mai a un simile compromesso?
«Certo che ci credo. Il compromesso è l'unica soluzione possibile, non c'è un'alternativa ad esso. Vede, io cerco di spiegarlo anche nel mio romanzo, che può anche essere letto come la scelta tra il compromesso e la morte. Sembra strano, ma io non credo che il compromesso sia sinonimo di opportunismo, come pensano gli idealisti europei. Per me esso è piuttosto un sinonimo di vita, e il suo contrario sono il fanatismo e la morte. Si uccide colui che non riesce ad accettare il compromesso, così come ha fatto mia madre».
Non si tratta dunque soltanto di un motivo che ricorre nel suo romanzo, ma piuttosto di una chiave d'interpretazione della vita?
«Esattamente. Io credo che tutti, di fronte a situazioni tragiche, siamo nella condizione di poter scegliere tra una conclusione shakespeariana e una cechoviana degli eventi. L'epilogo delle tragedie di Shakespeare ci offre uno scenario di corpi senza vita, dove però la giustizia sembra prevalere sopra ogni cosa; nelle tragedie di Cechov, invece, la conclusione del dramma lascia tutti i personaggi frustrati, esausti, delusi, ma vivi. Io e i miei colleghi del movimento di pace israeliano non pretendiamo un finale allegro, ma quantomeno cechoviano!».
Torniamo al romanzo. Ci dica qualcosa di più sui s

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