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«Con Rosi affronto mio padre»

Al Quirino «Napoli milionaria» di Eduardo. Ne parla Luca De Filippo

Da domani, con il debutto al Teatro Quirino e poi nella lunga tournée che la porterà in giro per l'Italia e anche all'estero, la ripresa della più celebre e, forse, significativa commedia di Eduardo, affidata alla regia di Francesco Rosi, si propone di trasmettere al pubblico emozioni di un certo periodo storico (il dopoguerra del '45) per invitarlo a riflettere sulla realtà odierna e sul bisogno di ricostruzione etica della nostra società.
Luca De Filippo, suo padre raccontò di aver scritto «Napoli milionaria» «tutta d'un fiato, come un lungo articolo sulla guerra e sulle sue deleterie conseguenze». Che cosa l'ha spinto a riproporla 58 anni più tardi?
«"Napoli milionaria" fu l'opera che introdusse la messa in scena di un'arte che si ispirava alla cronaca. Allora, quando Eduardo portò questo testo al San Carlo, nel marzo del '45, il pubblico rimase sconvolto perché era assolutamente inconsueto che una commedia raccontasse fatti contemporanei, della realtà di quel momento. Il pubblico, dopo la fine della commedia, rimase attonito, ci fu un lungo silenzio che servì ad assorbire l'emozione e ,poi, esplose un applauso interminabile».
Perché allora riprendere oggi questo testo?
«Ma perché "Napoli milionaria" è ancora attuale. E non soltanto perché nel mondo c'è sempre una guerra in atto e un dopoguerra da affrontare per un popolo, ma perché i contenuti e l'importanza dei valori della commedia sono emblematici del nostro tempo. È questa la forza del testo, è questa la grandezza di Eduardo».
È questa la ragione per cui lei e Francesco Rosi avete lasciato «Napoli milionaria» intatta, com'era nel '45?
«I valori della famiglia, quale piccolo ma fondamentale atomo della società, e la presa di coscienza che deve spingere ognuno a lavorare responsabilmente per un futuro di un certo tipo, non riguardano solamente il protagonista di "Napoli milionaria" Gennaro Jovine, ma tutti noi, oggi come ieri. Del resto, è un principio ricorrente nel lavoro di Eduardo, penso a "Questi fantasmi", a "Filumena Marturano", a "Natale in casa Cupiello"».
La fedeltà ai fatti e al clima del dopoguerra, e l'impegno civile che caratterizzano questa commedia hanno condotto alla scelta di Rosi per la regia?
«Francesco Rosi non solo è una grande firma del neorealismo cinematografico, ma ha in comune con Eduardo il forte legame tra il fatto artistico e l'impegno morale, la coerenza etica, che distingue il suo lavoro. Io stesso non avrei mai osato affrontare il confronto con mio padre se non avessi avuto la fiducia di Rosi. La regia di Rosi ci ha dato serenità e sicurezza: a me, a Mariangela D'Abbraccio, bravissima nel ruolo di Amalia (la moglie del protagonista), a tutti».
Ha vissuto con apprensione il confronto con Eduardo nell'interpretazione di Gennaro Jovine?
«Con apprensione e con timore, anche se questa non è la prima volta che mi capita. Jovine, in particolare, è stato più difficile perché è un personaggio estremamente legato a Eduardo e, inoltre, come esperienza umana non ho vissuto la guerra in prima persona. Il paragone con Eduardo, per me, è sempre temibile. Ma che ci posso fare? È inevitabile, visto che ho scelto questo mestiere. È un'emozione che si ripete, anche se stavolta è maggiore».

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