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Con «Linus» portò in Italia Schulz La passione per i gialli e per Fellini

Ancora qualche mese di vita e poi, a luglio, la scomparsa). Tra i relatori molti «spiriti liberi», come Giano Accame e Giampiero Mughini. Andiamo a cena assieme, si parla di tutto un po' e poi ecco che l'argomento diventa «Linus», la rivista fondata da Oreste del Buono. «E lì che la destra intelligente ed eretica deve trovare i suoi spazi», fa Mughini. Sono d'accordo: infatti, tra i collaboratori c'è uno tra i più conosciuti e quotati intellettuali anticonformisti: Gianfranco De Turris.
Ecco com'era Oreste Del Buono. Meritevole carissimo e stramaledetto toscano OdB (era «addirittura» elbano, il che gli dava una "marcia" in più). Come andò per esempio con Jacovitti, quel Lisca di Pesce accolto e poi buttato fuori da «Linus», senza che Odb, nel nome della libertà e della creatività, facesse le barricate per difenderlo.
Intellettuale eclettico, critico letterario e cinematografico, tradusse oltre 190 opere di autori come Proust, Flaubert, Stevenson, Gide. Fu pure operatore culturale e editoriale che ha lasciato un bel segno nell'Italia del dopoguerra, e basterebbe ricordare l'avventura di «Linus» e dei «Gialli Mondadori», la sua attenzione per la pubblicità come per la play station.
Insomma, nel panorama colto e sostanzialmente accademico della nostra cultura e letteratura, Odb ha fatto lo scrittore e il traduttore più o meno apparentemente integrato, ma ha poi sempre anche giocato quasi come un provocatore, abbattendo muri e confini tra generi, dando dignità a forme viste con sospetto o combattute come i fumetti (in Italia è un pò il papà dei «Peanuts»), gli spot e così via. Come giornalista scriveva di cinema e libri, ma anche di sport (sul «Corriere» da tifoso del Milan) e teneva una rubrica di lettere (coi lettori de «La Stampa»). Sempre con tranquillità, divertimento personale e l'ironia di chi sa che il tempo gli darà ragione.
Si divertiva a scompaginare quel che veniva costruito con cura. Ecco che convince, tra le proteste, una casa editrice come l'Einaudi a pubblicare un libro di barzellette quale «Nel loro piccolo anche le formiche si incazzano». Così fu tra i primi a compilare un'antologia controcorrente, con gli scritti fascisti di tanti nomi importanti, che da giovani, inevitabilmente, avevano collaborato a riviste e ludi universitari.
E gli esempi, alti e bassi, di questo tipo potrebbero essere tanti, come i nemici che via via si faceva, ma che poi sparivano nel nulla. Era un uomo che non sapeva stare con le mani in mano e che, se aveva un'idea, cercava di metterla in pratica, pronto a cambiare, a passare da un posto all'altro in nome della sua libertà, da un editore o un giornale all'altro.
Nella sua storia, non solo i gialli e il fumetto. Ma pure, e tanto, il cinema, un amore di lunga durata nel segno di Federico Fellini. Del Buono nacque appunto come critico cinematografico fin da quando nel 1958 diede alle stampe il primo saggio critico moderno in Italia dedicato a Billy Wilder, quasi un'eresia in un panorama del dibattito critico che privilegia gli autori in senso classico e tollera a malapena i grandi artisti dei generi, come il regista di «Gli uomini preferiscono le bionde».
Nel 1965 troviamo la sua firma a fianco di quella di Umberto Eco nel volume a più mani «Il caso Bond». Conobbe più o meno in quel periodo Federico Fellini nel segno della comune passione per i fumetti.
Per un breve tratto accarezzarono anche l'idea di lavorare insieme su un copione e si lasciarono intrigare dalla storia sempre rimandata del «Viaggio di G. Mastorna». Molti anni dopo, Del Buono pagò il suo debito di riconoscenza e amicizia all'autore de «La dolce vita» firmando un ammirabile «Fellini nel cestino» che andava a recuperare tagli, ritagli e frattaglie di set, progetti, interviste.
Nel frattempo il giornalist

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