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di FAUSTO GIANFRANCESCHI SABATO nella Galleria Nazionale di Parma si inaugura una mostra ...

A prima vista il titolo è curioso: una grande epoca storica può appartenere a qualcuno? In realtà la dizione è giusta, perché la mostra è stata ideata proprio dal famoso studioso francese, il quale ha anche scelto uno per uno gli oggetti da esporre, secondo il suo criterio di interpretazione storica.
Jacques Le Goff, nato a Tolosa nel 1924, è uno dei massimi medievalisti dei nostri tempi. Ha contribuito fortemente a trarre la cosiddetta «età oscura» fuori dalla leggenda nera che nacque all'epoca dell'umanesimo, quando si voleva rievocare la perfezione classica condannando la lunga, deprecabile parentesi «gotica».
È ormai evidente che si tratta di un pregiudizio immotivato. In che senso, si chiede Le Goff, i secoli del Medioevo erano «bui»? Certo, non dal punto di vista artistico, perché ai nostri occhi d'arte gotica esprime valori estetici e etici altissimi; non dal punto di vista economico e intellettuale, se pensiamo alla straordinaria espansione della vita cittadina dall'XI-XII secolo, alle curiosità e al coraggio dei viaggiatori, al dinamismo creativo dei mercanti, alle costruzioni filosofiche paragonabili a quelle delle grandi cattedrali. Se poi, aggiunge Le Goff, si vuole suggerire che i secoli "bui" furono un'epoca di violenza e di superstizione, sarà bene ricordare le immani crudeltà del nostro tempo, davvero senza paragone nel passato.
Animato da questa passione conoscitiva per l'epoca indagata nei suoi studi, Le Goff cerca di renderne sinteticamente la qualità con la scelta di cinquanta oggetti significativi, guidato dal piacere di svelare, in alcuni di essi, il linguaggio della bellezza, del colore, della luce, e in altri gli aspetti umili della vita quotidiana, per dare il senso totale di una narrazione storica che non è soltanto storia di principi, re e condottieri.
Un'altra intenzione di Le Goff è quella di sottolineare che l'Europa fu figlia della commistione fra popoli e culture, dall'estremo Nord del Baltico al Sud mediterraneo, un'Europa tanto del centro quanto delle periferie che non furono meno creative.
Tra i manufatti in mostra si ammirano autentici gioielli come la base di candelabro del tesoro di Hildesheim, l'acquamanile Griffin, il reliquiario smaltato di san Tommaso Beckett, i gioielli longobardi della tomba principesca di Borgo della Posta, conservati nel Museo Archeologico nazionale di Parma. Il Medioevo fu anche il secolo delle vetrate, di cui due splendidi esemplari vengono dalla chiesa francescana di Colmar; inoltre è in mostra l'unico esemplare esistente del sigillo imperiale di Rodolfo fi Borgogna, mentre la vita borghese è rappresentata da uno specchio in avorio che raffigura un «Assalto di cavalieri al castello d'Amore», e il gioco è simboleggiato dai famosi scacchi detti di Carlomagno. Naturalmente non ho lo spazio necessario per descrivere tutte le opere esposte, per cui mi fermo qui; ma posso assicurare che la mostra è una festa per l'occhio e per la mente.
Forse si sarà notato che tra gli oggetti non cito quelli relativi alle imprese belliche. Non è una mia dimenticanza, è un'esclusione voluta da Le Goff, il quale ha spiegato la sua intenzione di mettere in evidenza un Medioevo di pace piuttosto che il comune Medioevo dei cavalieri in eterna tenzone. Qui mi permetto di dissentire dal grande studioso: non si può adattare la storia a una pregiudiziale immagine «buonista». L'Europa non sarebbe quella che è oggi senza il contenimento della pressione musulmana, a cominciare dalla gloriosa vittoria di Carlo Martello a Poitiers nel 732. Anche le Crociate, malgrado le critiche moderne, segnarono profondamente la vita europea nel Medioevo, con momenti di grande partecipazione, di grande valore, di grande sacrificio. Che cosa succede? Portiamo alla luce una parte del Medioevo per condannarne un'altra, tutt'altro che secondaria, al buio della deplorazione? La storia è quella che è, nemmeno un eminente studioso può camuffarla.

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