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di FAUSTO GIANFRANCESCHI QUESTA è l'età della chiacchiera infinita, dell'informazione ...


Noi pagammo con la caduta della conoscenza del bene e del male; ma anche questa conoscenza, pagata così cara, rischia di esserci sottratta. Secondo il pensiero moderno, secondo il pensiero laicista, le idee del bene e del male sono creazioni del divenire storico. Se oggi esprimiamo certi giudizi non siamo orientati dalla luce del vero, semplicemente siamo condizionati dalle coordinate materiali del tempo in cui viviamo. Io non posso manifestare una qualsiasi valutazione senza che l'ultimo studentello di psicologia o di scienze cognitive presuma d'essere in grado di contestualizzarmi, di spiegare il mio atteggiamento mentale con qualcosa d'altro, che direttamente non mi riguarda.
Questo è un furto della mia coscienza, il bene immateriale più prezioso che io possegga. Attenzione, tutti subiamo questa violenza, tanto è vero che la coscienza è passata di moda, non si sa a che cosa serva, ma si sa che fine abbia fatto: beninteso, parlo della coscienza individuale, non di quella collettiva che è un'astrazione manovrata dai padroni del pensiero.
Tutto oggi congiura per disgregare la coscienza. La morale è un'opinione che ondeggia secondo le folate del vento e secondo i punti di vista; comunque si tende a renderla ogni giorno più permissiva, tanto che la responsabilità personale sfuma al confronto con le giustificazioni sociali (e socialiste): la colpa è sempre di qualcun altro, magari di un indefinibile disagio familiare, ambientale, economico, istituzionale.
La poesia, le arti, la musica, l'architettura, si lasciano sedurre dalla «decostruzione» dei canoni estetici, inclinano al caos come ultima filosofia. Sembra che la madre di tutte le valutazioni sia la politica, ma nell'accezione peggiore, come discrimine tra destra e sinistra, in uno schematismo dove la sinistra, immotivatamente, si pone in senso etico parecchi gradini più in alto della destra: addirittura gli omicidi e le stragi hanno una connotazione diversa secondo la parte di chi li commette, è infatti di cattivo gusto ricordare gli eccidi comunisti che non si è voluto e non si vuole perseguire. Infine il sommo comandamento è un buonismo multiculturale, orientato dai padroni del pensiero, che riduce a illusione qualsiasi scala di valori.
In questo disordine la coscienza individuale vacilla, siamo sul punto di perderla; ma con essa azzardiamo di perdere il fondamento stesso dell'esistenza e del mondo. Secondo gli studiosi che hanno elaborato il cosiddetto «principio antropico», tutta la storia del cosmo, dell'origine, era finalizzata alla comparsa dell'homo sapiens, l'unico essere in grado di contemplare questa storia nel suo ordine stupefacente. Se le leggi naturali fossero state minimamente diverse da come sono, l'esistenza umana sarebbe stata impossibile, tutto sarebbe precipitato nell'insensatezza e nell'inconsapevolezza. Un grande scienziato, il neurofisiologo John Eccles, premio Nobel, di cui ricorre il centenario della nascita, non ha avuto timore di affermare che la coscienza individuale di sé è un dono trascendente, cui tutta la creazione ha cospirato. E va più in là, sostenendo che la mente immateriale, ossia la coscienza, ossia la conoscenza, influisce misteriosamente sulla materia cerebrale: basta che io pensi di compiere un gesto, e già nel cervello si mettono in moto precisi meccanismi.
Questa è una smentita per coloro che non credono in niente, ovvero credono soltanto nel caso e nella necessità: per essi la mente e la coscienza sono nient'altro che un prodotto dell'attività cerebrale. La sperimentazione scientifica di Eccles è dunque un conforto per chi invece crede nel libero arbitrio, per chi è deciso a rafforzare la coscienza, anzitutto la coscienza dei valori non modificabili, contro l'assalto dei nichilisti.

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