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di GABRIELE SIMONGINI CHI VUOLE avere la prova che l'arte contemporanea sa ancora meravigliare ...

Pur essendo situato in un trafficato snodo viario che dal lungotevere porta verso Viale Mazzini questo nobile volto femminile è circondato da una ricca vegetazione e comunica un senso di quieta grandezza. Molte macchine, passandogli vicino, rallentano e addirittura parcheggiano per fermarsi ad ammirarlo. Mitoraj, l'autore, è uno dei più noti scultori internazionali, polacco di nascita ma sempre in viaggio oppure diviso fra Parigi e Pietrasanta. Lo abbiamo incontrato, stanco ma soddisfatto, per parlare della «Dea Roma».
Come è nato il progetto di questa scultura-fontana?
«È una storia lunga e complessa, ora felicemente conclusasi dopo ben quattordici anni. L'opera mi è stata commissionata dalla Finmeccanica che l'ha donata al Comune di Roma. È stato difficile tutto l'iter burocratico fatto di mille permessi e che ad un certo punto mi ha fatto disperare. In Francia o Gran Bretagna un'impresa del genere si sarebbe conclusa in appena un anno. Qui da voi è tutto più complicato, anche se devo sottolineare la disponibilità degli uffici comunali competenti».
Con quale materiale è stata realizzata l'opera?
«La "Dea Roma" è un chiaro omaggio alla Città Eterna, ma anche ai suoi cittadini e agli artisti che da sempre l'hanno amata e dipinta o scolpita. Quindi l'ho realizzata tutta in travertino di Tivoli, un materiale tipicamente romano. Sono rimasto stupito dell'immediata assimilazione avvenuta tra la scultura e l'ambiente circostante, che rappresenta una dimora perfetta. Inoltre devo dire che questa città sta resistendo molto bene, con eleganza decadente, alla globalizzazione internazionale che ha omologato tutte le metropoli del mondo».
Maestro, una sua mostra presentata qualche anno fa nella Repubblica di San Marino si intitolava «Nostalgia del mito». In fin dei conti la parola mito sta perfino dentro il suo cognome e soprattutto è una delle anime della sua ricerca scultorea. Che cosa è dunque per lei il mito?
«È molte cose insieme. È un pretesto per tuffarsi nel passato, alle radici della nostra cultura e per reagire alla volgarità e all'appiattimento della nostra epoca. È un crogiolo alchemico in cui passato e presente si fondono senza posa ed è anche una rivolta contro il tempo storico. Ma è anche un mito individuale e introspettivo in quanto continuo sempre la ricerca di me stesso, della mia infanzia, il recupero di un Paese perduto, perchè non ce l'ho più, e il pensiero di un paese immaginario che ho ricostruito dentro di me».
Le sue opere sono richieste da musei e luoghi espositivi di tutto il mondo. Quali altre mostre o interventi su scala urbanistica ha ora in corso?
«È stata appena collocata una mia scultura in una piazza di Londra, in un nuovo quartiere d'affari. A Poznan, in Polonia si aperta una mia mostra che poi andrà a Cracovia. E sino alla fine dell'anno c'è una mia esposizione di scenografie e sculture nell'Aeroporto di Pisa».
Le sue sculture e le sue erme frammentate parlano una lingua senza tempo, fatta di equilibri armoniosi e di improvvise fratture. Dietro tutto questo c'è una forte spinta spirituale?
«Tutto quello che faccio passa per una sorta di misticismo. Il mio lavoro nasce da una vocazione, tanto che io vivo totalmente attraverso le mie sculture. Mi sento un privilegiato, un eletto, sento di poter dialogare con qualcosa di trascendente tramite il mio lavoro».

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