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Saper raccontare drammi col distacco dell'humour

È così, fin dai primi libri, Salvalaggio romanziere (esemplarmente ricordiamo, a partire dall'80, Rio dei pensieri, La provincia avvelenata, Il salotto rosso e, soprattutto, Calle del tempo, dell'84).
A volte come da un incantamento escono i paesaggi (così Villa Mimosa) appena increspati da una pensosità lesta a scoprire la «frode» del vivere e a soffiare una memoria che vacilla e talora dilegua ma consegna preziosi oggetti all'«archivio» del cuore.
La qualità della scrittura dell'autore è la disinvolta e divertita capacità di narrare storie legate alle ragioni più autentiche della psicologia dei personaggi, senza mai forzare l'introspezione ma cogliendo anche i drammi con un distacco umoroso, con un'ilare capacità di creare gustose immagini di vita quotidiana, tra momenti gioiosi e malinconie attenuate, dolci nel trasmettere ambiguamente le anomalie della vita, le tacite intese (come nei Fuggitivi) con qualcosa di inespresso, o il desiderio di assoluto che tenta invano di realizzare se stesso nella maschera (Il Signore delle ombre).
Accompagnando i suoi eroi con un commento discreto, Salvalaggio, conscio che ciascuno vive la sua parte in una commedia senza fine, intensifica il dialogo e conduce un mondo torvo e tenebroso (significativo è Decamerino: '92) nel riscatto della felicità di un semplice. Si esalta appieno la consapevolezza della libertà della narrazione e del suo valore salvifico, ora impiegando la caricatura e la descrizione elastica, epigrammatica e saggistica raggiunta da un'onda stregata, da riprese variate con estro, dalla caccia all'assurdo celato nella normalità (Delitti senza castigo); ora con incursioni negli anfratti della profanazione (Vangelo veneziano). Ne scaturiscono parabole e silenzi e un coro di visi spinto dalle ventate dei giorni.
Libri di fuoco e di cenere, di lusso e di dannazione, di pietà mormorata e vertiginose promesse, i romanzi di Salvalaggio sono il verbale, il salmo e il promemoria di un «trafficante o sensale di parole», come l'autore con ironia si vede sotto il velo del protagonista di Ricco a parole, l'autobiografico personaggio che viaggia in un'imprevedibile scacchiera di similitudini ardite, depistaggi dai quali paradossalmente la verosimiglianza risulta rafforzata. Sempre in «ritardo sul calendario», l'io si circonda di quella «schiuma» verbale che sola può inebriarlo, ed esita a pedinare i disegni della ragione. La scelta è quella di essere spettatore della vita altrui, di perdersi nella «prateria dei sogni», sostituendo la realtà con la finzione.
Straordinario cantore di una Venezia autunnale e luminosa, che fa scoccare dense concretezze, luoghi memorabili e piccole storie trionfanti sul loro spazio cedevole agli inganni, lo scrittore ci ha dato, nella sua vasta produzione narrativa, una collana di preziose cronache del sogno (ma anche un controcanto d'epica e di leggenda e di fasto) crocifisse sulla sponda del giornaliero disagio, in una pagina che miscela forme di plastica fisicità, aree di parlato, accordi musicali e il registro di un «notaio delle rovine» e di un «funambolo della chiacchiera». Ma sono «giochi di fumo» quelle atmosfere ipnotiche e visionarie del recente O bella signora O piuttosto tremende metafore della nostra esistenza accerchiata dall'ignoto? L'impianto ultraterreno, oltranzistico del libro, con la sua dantesca vertigine, infonde nella trama un viavai di dubbi, di «inquietanti messaggi dell'aldilà». Nell'atmosfera di sortilegio, nel «vago senso di allarme» si susseguono i colpi di scena e una inesausta tensione spinge anche i concetti più ardui in un circuito romanzesco, spettacolare e iniziatico, di potente valenza simbolica.

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