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di LIDIA LOMBARDI «AUGURI, Nantas».

Sono all'Harry's Bar, con tutti gli amici. E un sole schietto così, in Laguna, per tutta l'estate non si era mai visto».
Eccoli gli ottant'anni, ieri, di Salvalaggio, il più veneziano dei giornalisti-scrittori nati all'ombra del campanile di San Marco, e insieme il più internazionale. Per tutti quegli anni passati da inviato speciale: nella Grande Mela, nella Ville Lumière, della swinging London. Faccia a faccia con le facce più famose del mondo, Marilyn Monroe, Alec Guinness, Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Lawrence Olivier.
Nantas, carriera effervescente di reporter e di romanziere. Cominciata proprio su queste pagine, «Il Tempo» di Angiolillo.
«Un avvio inaspettato, la mia storia. Perché non andai io, ragazzetto diciottenne, da Angiolillo a chiedergli di lavorare, ma fu lui a scovarmi».
Come?
«Beh, nella Capitale ci arrivai che era appena stata liberata, da quel Nord Est dove i soldi erano così pochi che valevano tanto. Tremila lire mi mise in tasca mia zia Ida quando montai sul camion militare americano che veniva a Roma. Sembravo un profugo, o un partigiano. Nello zaino avevo tre libri. La Divina Commedia, l'Odissea e "Sangue" di Malaparte. Il viaggio durò due giorni, mi scaricarono a Piazza Fiume. Al primo che passava chiesi in quale albergo potessi andare a dormire. E quello, sornione: "Con i soldi che hai in tasca al massimo ci compri due pastasciutte". Ripiegai su una pensioncina in via Nazionale. Scrissi un racconto, "I pugili", lo mandai al "Marc'Aurelio", sai, la rivista di Fellini, Steno, Longanesi. Me lo pubblicarono».
E Angiolillo quando entra in scena?
«Subito. Perché il senatore lo lesse, quel racconto, e mi mandò a chiamare. Mi mise all'edizione pomeridiana del giornale, "L'Espresso"».
Di che scrivevi?
«Dovevo scrivere di tutto. Eppure esperienza di giornalismo non ne avevo proprio. Ma mi buttò nella mischia. Ed ebbi fortuna. Grazie al personaggio più impensabile, Togliatti».
Un'intervista al Migliore?
«Proprio così, nella sua casa, dove una volta abitava un gerarca fascista, Federzoni. Cominciò a parlare, monotono e lento, di piattaforme sindacali, di strategie Urss che l'Italia avrebbe dovuto copiare. E mentre discettava di proletariato io guardavo i tappeti sparsi sul pavimento, i sofà morbidi del salone e pensavo: me li prestasse per una notte, ci farei una bella dormita, altro che il materassaccio della pensioncina di via Nazionale».
Venne bene, l'intervista?
«Venne proprio così, il suo sermone sugli operai dell'Unione Sovietica e, tra parentesi, a intercalare, le mie fantasticherie su pisolini da schiacchiare tra quei tappeti e quei divani. Angiolillo la pubblicò integrale. Il giorno dopo Togliatti, che era allora ministro di Grazia e Giustizia, gli scrisse chiedendo di cacciarmi. "Eccellenza, stia stranquillo - rispose il direttore - l'ho rimosso dall'incarico all'Espresso". Era vero, perché mi spostò a "Il Tempo". Altro stipendio, e il ruolo di inviato speciale. Poi, il resto: le corrispondenze da Parigi per Epoca e per Il Giornale d'Italia, i quattro anni a New York, il lavoro a Londra, l'ideazione, con Arnoldo Mondadori, di Panorama, la prima coproduzione italo-americana. Insomma, grazie a Togliatti da affamato divenni inviato speciale e poi direttore. Una storia che raccontai perfino a Nilde Iotti, quando la intervistai per il Corriere della Sera».
E lei?
«Commentò: "Caro Salvalaggio, che vuol fare? Togliatti era puntuto. E non perdonava"».

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