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di ANTONELLA MELILLI AL NEONATO Festival Emozioni, appena fondato a Salerno da Costanzo per ...


Un percorso lucidamente scelto dal regista e dettato in lui dall'ammirazione profonda per un autore che nella sua opera ha saputo coniugare in maniera potente gli accenti di una passione intellettuale, umana e politica estremamente vigile. E un percorso che oggi si concretizza con «Porcile», reduce dal debutto al Festival di Salisburgo Young Directors Project Teatro, in uno spettacolo nitidamente feroce e tuttavia non privo di qualche fastidiosa ridondanza, tesa ad estendere ai nostri giorni il senso ultimo del pensiero del poeta.
A far da sfondo all'azione la linearità della scena di Mela Dall'Erba, costituita da una grande pedana dominata al centro dalla geometria limpida di una sorta di cuccia trasparente e luminosa. Mentre tutto è immerso nelle luci dorate di calde tinte pastello che fondono in una sorta di penombra marginale l'immobilità degli attori, disposti tutt'intorno in attesa di entrare in scena a dipanare coi rispettivi personaggi la trama oscenamente mostruosa e triviale della vicenda. E con essa la ributtante visione di una borghesia cinicamente crudele e soddisfatta di sé, al cui interno i due protagonisti Julian e Ida, rispettivamente impersonati con vigile partecipazione da Stefania Troise e Annibale Pavone, si muovono come isolati nelle sfumature combattive o distaccate di una giovinezza ugualmente critica e ribelle. Che nell'attivistico slancio dell'una restituisce gli aneliti rivoluzionari di anni già forieri di terroristiche devianze e nell'immobilità cupa dell'altro indica l'unico possibile rifiuto di putride radici e consapevoli appartenenze sociali e familiari. Mentre lo spettacolo, condotto sulla cifra stilistica di un espressionismo perfino disturbante, va sollevando dalla morte ignobile del protagonista, mangiato dai maiali, baluginii straziati di ineluttabile e osceno sacrificio.

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